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5 novembre 2015 ,

Deerhunter

FADING FRONTIER

2015 - 4AD-Kranky Records
[Uscita: 16/10/2015]

Stati Uniti    

 

Deerhunter-Fading-Frontier640Se facciamo un passo indietro di qualche anno, nel 2007 usciva “Cryptograms”, secondo disco dei Deerhunter (anticipato dal nichilismo del disco-punk di “Turn It Up Faggot”) e assoluto capolavoro della band di Athens, Georgia, capace di riportare in auge le sonorità shoegaze e fonderle con un’attitudine a volte sperimentale, a volte noise, a volte pop ma sempre incline ad una certa circolarità ipnotica.

Successivamente sarebbe venuto il tempo del disco di assestamento, “Microcastle” (2008) e del suo gemello freak, “Weird Era Cont”. Episodi certamente interessanti ma minori. Vennero quindi i progetti solisti, Atlas Sound per Cox, Lotus Plaza per Lockett Pundt (chitarrista); e venne anche un quinto album, “Halcyon Digest” che mescolava l’indie-rock dei R.E.M. con una nuova cadenza psichedelica: ancora ripetizione dal sapore ipnagogico e pezzi pop azzeccati ne fecero uno degli album migliori del 2010. Il passo falso arrivò con “Monomania” nel 2013, un disco che si fregiava di ricalcare la tradizione rock’n’roll americana ma immortalava semplicemente un gruppo e un frontman allo sbando, una formazione impaurita (il bassista Josh Fauver, componente fondamentale della band, lasciò prima di registrare il disco) tanto più si dimostrava aggressiva.

 

Questo “Fading Frontier” è il settimo album della band in dieci anni ed è il disco più “maturo”, si avverte una posatezza mai avvertita prima nei dischi dei Deerhunter.  Cox parla di crescita nelle interviste,  avvenuta a seguito di un incidente che lo ha costretto ad Deerhunter-beggars-franceuna lunga convalescenza. Il gruppo ha trovato finalmente un equilibrio  ed è tornata la figura del produttore di Halcyon Digest, Ben H. Allen, che potremmo tranquillamente dire fondamentale per il sound della band: torna con lui il suono liquido, lento e rilassato di un indie-pop ispirato tanto dal songwriting quanto dalla psichedelia anni ’80 (in questo caso, ancora R.E.M. e Paisley Underground), che si permette di forzare la mano su un pezzo indubbiamente catchy come il singolo Snakeskin (garage funky abrasivo e ripetitivo, formula vincente).  Cox ha acquistato il senso estetico dei padri del Sud: compra una casa propria, una camicia di lino, un cappello e un cane (che chiama Faulkner, tanto per non avere dubbi) ma continua a cantare di un mondo di paure, di emarginazione e solitudine. Niente in questo senso, progredisce.

 

Eppure a sentire i morbidi pigli elettrici dell’iniziale All The Same si direbbe il contrario: sui caldi pad di batteria elettronica si muove anche il secondo singolo, Living My Life, pezzo manifesto dell’intero disco. Le tracce di synth si uniscono a chitarre gentili e il canto onirico di Cox espia ogni colpa di chi canta e di chi ascolta. Breaker e Duplex Planet rincorrono deerhunter-liveancora l’idea di pop circolare, ipnotico e subacqueo, idea che poi si sublima in Take Care, valzer psichedelico ispirato alle jam di Halcyon Digest e validissimo. Leather And Wood (il pezzo più lungo) è una nenia bluesy desolata; i synth e i pad tornano in Ad Astra per un pezzo shoegaze di una classicità atipica per i Deerhunter. A chiudere i giochi ci pensa la tirata falsamente tenero- epica di Carrion che aggiunge poco ai contenuti del disco. Fading Frontier rielabora una formula vincente (sulla lunga distanza) ma ne rende una versione edulcorata e di facile appiglio (sulla breve distanza). Comunque, un bel passo avanti rispetto al precedente Monomania. 

Voto: 6.5/10
Ruben Gavilli

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