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30 luglio 2017 , ,

Arcade Fire

EVERYTHING NOW

2017 - Columbia Records
[Uscita: 28/07/2017]

Canada

 

everything nowGli Arcade Fire, la più popolare band canadese dei nostri giorni, hanno sempre avuto il piede in due scarpe sin dai loro esordi. Il corto circuito tra indie e pop che in Italia stiamo passivamente subendo da un paio di anni a questa parte trae anche origine, con ogni probabilità, proprio dalla scelta commerciale-promozionale della band di Montreal: mantenere un basso profilo accostando il proprio nome a un’etichetta indipendente (la Merge Records, nel caso dei nostri) per ingentilire l’evidente tendenza pop con il nome di “indie”.

Con il nuovo “Everything Now” gli Arcade Fire gettano la maschera, mostrando il loro vero volto: addio alla storica label che ne aveva accompagnato l’avventura nell’industria musicale dal 2002 (anno dell’esordio discografico) per entrare nell’ampia ed eterogenea scuderia della Columbia Records, la più antica label americana, che ne ha griffato il quinto album in studio. Non che sia un peccato mortale, non c’è nulla di male nell’essere pop, nel suonare, vendere (bene) e promuovere musica nei modi più pop che ci siano (furbe campagne social in primis) sotto l’egida di un colosso musicale; l’importante è che finalmente anche gli ex indie Arcade Fire abbiano iniziato a chiamare le cose col proprio nome, senza stucchevoli stratagemmi. 

 

Tutto sommato il risultato non è del tutto negativo: Everything Now è un discreto album pop-elettronico destinato a farsi strada in cima alle charts, grazie al sapiente mix proposto da Win Butler (la mente operativa della band) tra elementi cari al mainstream contemporaneo e rimandi più o meno espliciti a musica di livello oggettivamente più arcade firealto. Una tendenza a voler “accontentare tutti i gusti” che traspare cristallina nei brani centrali del disco, Infinite Content e Infinite_Content, vale a dire due arrangiamenti diversi dello stesso pezzo: in chiave post-rock elettronica con colorazioni psichedeliche, e in forma country/acustica con citazioni di sonorità caratteristiche della cultura hawaiana. Ma i veri protagonisti del disco sono, da una parte, i temi apocalittici che spaziano tra suicidi, autodistruzione e nevrosi collettiva e, dall’altra, trascinanti ritmiche “danzerecce” (il singolo Signs of Life è un brano dance fatto e finito). Interessanti, in questo senso, gli episodi dub/rocksteady Peter Pan e Chemistry (in cui spicca la voce eterea di Régine Chassagne, altrettanto protagonista in Electric Blue) che probabilmente cattureranno l’attenzione dei frequentatori delle  dancehall “alternative” contemporanee.

 

firePoi la title-track, in cui gli interventi di sintetizzatore e i cori rendono l’atmosfera profondamente anni ’80, riproposta anche in Put Your Money on Me (davvero pessima) e We Don’t Deserve Love; Creature Comfort con Win Butler impegnato nelll’imitazione vocale di David Byrne dei Talkin’ Heads e atmosfere pop-elettroniche vicine a certo decadentismo new-wave; Good God Damn, brano che grazie a un riff di basso che cita White Man in Hammersmith Palais dei Clash e a un testo che ballonzola tra imprecazione e vana speranza riesce a risollevare un pò i destini della dispersiva fase finale dell’album. Il disco si chiude con Everything Now (Continued), reprise della traccia di apertura. Questo disco è la quadratura (negativa) del cerchio artistico che ha marchiato i primi 15 anni di vita degli Arcade Fire, band pronta ad assumere nel bene e nel male il ruolo di capofila del pop-rock internazionale senza più trucchi né inganni. Consiglio finale: rifatevi le orecchie con il nuovo lavoro dei compatrioti Broken Social Scene, uscito giusto pochi giorni prima di questo, superbo.

 

Voto: 5/10
Riccardo Resta

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