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10 marzo 2019 ,

Rustin Man

DRIFT CODE

2019 - Domino Records
[Uscita: 01/02/2019]

Inghilterra  #consigliatodadistorsioni     

 

rustin man coveUno strano scherzo del destino o una pura coincidenza ha fatto sì che il primo vero disco solista di Paul Webb, per quanto pubblicato con il nomignolo di Rustin Man, già usato per la collaborazione ormai lontana nel tempo con Beth Gibbons, la cantante dei Portishead (l’ottimo “Out Of Season”, del 2003), sia uscito pochi giorni prima della scomparsa di Mark Hollis. Le strade dei due ex-Talk Talk non si erano più incrociate, da quando nei primi anni '90 venne chiusa quell’esperienza: la malattia del cantante della band è stata assai veloce, per cui non può esistere alcuna oggettiva relazione con la genesi di questo disco. Eppure in “Drift Code” sembra respirarsi un aurea funerea, quasi a presagire la scomparsa dell’ex-sodale di una volta. Il nostro ha appreso soprattutto quell’attitudine all’elusione, a soppesare con meticolosità ogni suono, ogni nota, che ha contraddistinto il lavoro del leader di quella formazione. Le similitudini finiscono però qui. Questo è un disco prezioso, dal fascino senza tempo, volutamente ‘fuori stagione’ (per riagganciarsi al titolo del debutto del suo autore), concepito e realizzato in oltre quindici anni e registrato pazientemente traccia per traccia nello studio casalingo dello stesso Paul Webb, che ha composto anche la quasi totalità del materiale e suonato la gran parte degli strumenti, con l’aiuto di una composita cerchia di collaboratori, che vanno dai propri familiari (la moglie e la figlia alle voci), al batterista Lee Harris (altro ex-Talk Talk e vecchio compagno d’avventure anche nel dimenticato progetto successivo di area post-rock O’Rang), all’amico cantautore scozzese James Yorkston (invero presente solo al clarinetto, in un pezzo).

 

MI0004635737Ne esce un lavoro ricco negli arrangiamenti, ma al contempo essenziale - 9 canzoni per una durata di nemmeno 40’, come i veri classici di un tempo - costruito con grande attenzione ai dettagli, alle atmosfere, lontano dalla frenesia anche discografica dei nostri tempi. Benché non si tratti di un disco facile al primo ascolto, a patto di riuscire a entrarci in sintonia, “Drift Code” è opera che si fa voler bene, anche oltre la qualità, in ogni caso mediamente più che buona, delle singole canzoni che lo compongono. Il principale riferimento che salta all’orecchio sin dalle prime battute, è senza dubbio quello di Robert Wyatt, come è già stato notato da più parti. Brani come quello d’apertura, Vanishing Point (uno dei migliori), o come The World’s In Town non avrebbero affatto sfigurato in un disco del vecchio Robert. E’ però soprattutto il timbro di voce che rimanda inevitabilmente all’ex-Soft Machine, per quanto a tratti il cantato di Paul Webb (nella foto a sinistra, di Lawrence Watson) mostri qualche fragilità tipica di chi non nasce cantante, il che non guasta comunque il risultato finale. Non ci troviamo però di fronte a una semplice imitazione. Con il passare degli ascolti emergono infatti altri rimandi, in primis a quel mondo ugualmente cupo e obliquo che contraddistingue un altro autore di ballate notturne, nella cui vena creativa rock, folk e jazz (e blues) vanno a braccetto: il Tom Waits di “Swordfishtrombones” o di “Rain Dogs” (Judgement rustin man Foto dal bookletTrain). Di accostamenti potremmo farne altri, del pari impegnativi e apparentemente distanti anche tra loro, ma che alla fine dell’ascolto del disco trovano, come d’incanto, una loro ragione d’essere. Se la voce di Rustin Man può anche suscitare qualche ricordo del Peter Hammill solista, quell’aurea di imminente dipartita che permea ogni solco di questo lavoro, non può infatti non far tornare alla mente quel “Blackstar” che rappresenta il testamento di David Bowie e i cui semi rispunteranno forse a lungo, in altri dischi di adorabili ‘irregolari’, come in questo “Drift Code”.   

 

Voto: 7,5/10
Filippo Tagliaferri

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