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3 novembre 2013 , ,

Mai Mai Mai

THETA

2013 - Boring Machines
[Uscita: 2/11/2013]

Mai Mai Mai “Theta” (Boring MachinesDecisamente questi sono sempre sembrati i suoni più congeniali alla natura eclettica e sfaccettata del personaggio Toni Cutrone che si cela dietro l’inquietante maschera di Mai Mai Mai. Decisamente ci voleva il coraggio e la fama torbida dell’etichetta Boring Machines per illuminare con la luce giusta e catapultare sulla giusta ribalta un tessitore di suoni tanto criptici e cerebrali. Finalmente l’album di debutto con un’etichetta e una cover capace di elogiarne il fascino occulto insieme alle qualità evocative del suo battito arcano, solo apparentemente glaciale e straniante. Qualcosa che ai più attenti addetti ai lavori di certo non era sfuggito - mi riferisco alla performance del Mu.vi.me.nt.s, edizione 2012. I sei brani di “Theta” provano veramente a svelare la mente e le reali suggestioni che hanno forgiato il percorso musicale di uno dei più ferventi animatori della scena underground romana (Dal Verme, Pigneto Spazio Aperto) nonché fondatore di Borgata Boredom, della NO=FI Recordings e dei progetti collaterali, anch’essi già trattati, Hiroshima Rocks Around e Trouble vs Glue.

 

In questi trenta minuti e trentatre secondi c’è un vero e proprio viaggio introspettivo che, attraverso la riappropriazione delle origini, attraverso la rielaborazione degli impulsi e degli stimoli della psiche più recondita, riesce a delineare la più viva sete di scoperta, di gnosi del futuribile. Un vero e proprio rituale che gioca con apparenti contrasti sensoriali e tattili. L’ineffabilità di vapori rarefatti, di scie fumogene fuggevoli ed eteree, la forza evocatrice che ne scaturisce, vermiglia, plasmabile, densa, permeante. Flashback cinematici, ipnotici, che finiscono per ricoprirsi di un poetico lirismo dell’insondabile. Che si nutrono dell’esplorazione sonora per tentare nuovi percorsi di identificazione con il primordiale, con le fonti più naturali di emanazione del suono inteso quasi come ritorno all’armonia delle origini, della creazione, del pensiero stesso. L’omonimo Theta è caratterizzato da una serie di scratch abrasivi e droni a bassissima frequenza che lacerano una serie di segnali ambientali che potrebbero far pensare ad una foresta pluviale, ad un lontano richiamo di corno o flauto di pan, allo stridere di uccelli e al rumore di acque cristalline. Il prodigio del pezzo è riuscire a rendere il rumorismo sintetico sempre più omogeneo ed affine con i segnali riconducibili alla natura e generare una specie di selvaggia e catartica esplosione di istinti.

 

Il sintetizzatore di Prometheus propaga una serie di onde radioattive che sembrano voler sondare l’esistenziale umano più recondito e sparuto. Si compie una specie di traslazione tra rimandi spaces e radici che si ancorano al cuore più pulsante della terra, al suo nucleo incandescente. Ed ecco che si rievoca in modo sublime il mito della plasmazione e forgiatura dell’uomo con il fuoco indelebile dell’immagine divina. Noeo gioca abilmente coi samplers e coi field recordings Mai Mai Mai “Theta” (Boring Machinesche interferiscono con un fosco recitativo quasi catacombale. Le pulsioni sono stratificate e incalzanti e poi finiscono per dilatarsi e liquefarsi, il segnale spazio temporale si disperde. Ottimo il lavoro di mixaggio compiuto dal leader degli Xiu Xiu, Jamie Stewart. Upnos è sicuramente uno dei pezzi in cui è maggiormente captabile il ritorno alle origini. Una serie di impulsi a bassa frequenza, un oscuro rito tribale basato su eco di voci distorte e indistinte e percussioni di pelli di grande atmosfera e spessore. Muo sono una serie di manipolazioni più deformi e screziate capaci di produrre un mosaico astratto e fortemente sperimentale. In Telos il suono adotta un autentico linguaggio subliminale, i riverberi glaciali finiscono per diventare membrane capaci di filtrare e uniformare l’urlo di tutti gli organismi viventi. La perfetta simbiosi tra materia e assoluto. Il risultato prodigioso del disco nel suo insieme è quello di proporre un’avanguardia che si serve certamente di ritmi meccanici che in parte richiamano gli aridi e asettici paesaggi industriali dipinti dai Throbbing Gristle e più recentemente dai Black Dice, ma allo stesso tempo aggiunge una propulsione vitale che si riaggancia all’esplorazione sui flussi di coscienza che si può ricondurre al lavoro di certi Godspeed You Black Emperor e soprattutto all’italianissimo Simon Balestrazzi.

 

Voto: 7.5/10
Romina Baldoni

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