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26 luglio 2018 , ,

Rough Max & The Steamrollers

ROOTS IN THE BLUES, CROWN FAR AHEAD

2018 - Buffalo Bounce Records (Autoproduzione)
[Uscita: 27/02/2018]

RoughMax_Roots-300x269Simboleggiato dall’albero piegato dal vento che campeggia in copertina, il titolo di quest’opera prima di Max Pieri (in arte Rough Max) e sodali (The Steamrollers) prepara al meglio l’ascolto di un album che promette quanto mantiene: partire da radici blues per cercare una via che consenta di superarne la formula più abusata. Archiviate le esperienze precedenti (Rough Combo su tutte), il bassista laziale (nella foto sotto a destra) esce dunque allo scoperto, intestandosi la paternità di un lavoro che rappresenta la summa delle sue peregrinazioni: partito da Viterbo, anziché dirigersi al Nord, si è diretto saggiamente a Sud, optando per un periodo per la Sicilia, prima di stabilirsi a Caserta, dove sembra aver trovato il proprio ambiente ideale. Strutturato sulle possibilità offerte dalla formazione a trio, forte dell’esuberanza vocale e del basso preciso e fantasioso del leader, il disco consente al magnifico organo (alternato al piano, sia acustico che elettrico) di Luciano “Lucky” Pesce e alla funambolica batteria di Corrado d’Amato di occupare l’intera scena, rivelando tre distinti protagonisti confluenti in un suono compatto, coeso, ai quali si aggiungono un paio di ospiti per azzeccati cammei.

 

maxNon ci si stanca mai in questa perfetta sequenza di canzoni (tutte scritte da Pieri) che ad ogni passaggio rivelano suggestioni inedite che rimandano alle sfaccettature del suono pulsante di New Orleans, ora profumato di jazz (la rarefatta Guilty, lo strumentale The Second Bite), ora più funky (il poker iniziale, composto da Candy Ass Blues, Quite Man, impreziosita dall’armonica di Martino Palmisano, I Am To Loose (I Want To Stand), la notevole Junk, con l’efficacissima chitarra di Sebastiano Lillo, il tutto innestato su una innegabile matrice blues (più evidente in Hey Big Wonder e Betrayal), fino alla conclusione in odore di northern soul rappresentata da Little Stone In My Pocket (ballabile e divertente). Nove brani, una durata consona, una piacevolezza d’ascolto che potrà sorprendere positivamente anche i meno inclini al genere, grazie a un suono personalizzato, scarsamente derivativo. Ottimo album, dunque, inserito in un bel packaging cartonato, all’interno del quale sono stampati anche i testi, vezzo non così consueto nelle auto-produzioni di casa nostra. 

 

Voto: 7/10
Massimo Perolini

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