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10 gennaio 2013 ,

Bachi Da Pietra

QUINTALE

2013 - La Tempesta Dischi
[Uscita: 8/01/2013]

Bachi da Pietra “Quintale” (La Tempesta DischiUn ascolto che fa rimanere spiazzati, ma anche no. Dopotutto la più grande coerenza dei Bachi da Pietra è quella di essere svincolati da ogni regola. Dopo l’esordio blues pastoso e incupito di “Tornare nella terra” (2005 Wallace); le visioni torbide di glaciale esistenzialismo di “Non Io” (2007 Wallace - die Schachtel); le inquietudini, lo scarno minimalismo di “Tarlo Terzo” (2008 Wallace); le atmosfere rarefatte e slavate di “Quarzo” (2010 Wallace); Bruno Dorella e Giovanni Succi decidono di pestare giù duro. Quella lava incandescente, quella gravità incontenibile che rimaneva sottesa nei lavori precedenti e che dava un senso di strisciante saturazione pronto ad implodere, fuoriesce con vibrante energia e in tutto il suo peso in questo “Quintale”. Al di là dei singoli e personalissimi gusti musicali di ognuno di noi, e non nego di far parte della schiera che prediligeva il loro lato oscuro e poetico, bisogna riconoscere una personalità dirompente e uno sfrontato trasformismo a questo duo.

 

Mai banali, mai prevedibili, sempre qualitativamente impeccabili e capaci di intrecciare atmosfere palpabili e pregnanti. Il bisogno di cambiare pelle, la voglia di confrontarsi con svariate possibilità espressive credo faccia parte imprescindibilmente del percorso di crescita di ciascun artista. In questo lavoro, sicuramente meno ispirato e più fisico, si punta alla tecnica strumentale e a testi di spessore. Certamente si avverte un mixaggio e una registrazione in cui ha impastato le mani un personaggio come Giulio Ragno Favero (Teatro degli Orrori, Zu). Ne fuoriesce uno stoner corposo, lineare e ingombrante che non dà adito a nessuna dilatazione, a nessuna via di fuga. La voce cavernosa, incolore, che declama senza lasciare trasparire emozione, snocciolando testi immediati, foderati di impassività, ricorda troppo la voce dei Negrita e spesso sfiora l’hip hop per essere digeribile. Certo stiamo parlando di livelli superiori ma l’effetto è ugualmente indigesto. Tutto viaggia sulla stessa direzione, con batteria pestante, chitarra tiratissima.

 

Si percepisce appena lo slide alla Ronin in Fessura, le rullate dirompenti in Paolo il Tarlo sono tagliate da un sax ruvidissimo e stridente (Arrington de Dyoniso degli Old Time Relijun) a dare una venatura di movimento alla staticità più rigida. Ma anche no, con accenni di controtempi e ritmi meno serrati fa prendere respiro quando ormai il disco è finito. Coleotteri pur nella sua durezza è vorticosa e primordiale e in qualche modo rompe la staticità facendoci immergere in una piacevole forsennatezza hard tra Kyuss e Bad Brains. Poi c’è l’episodio a mio parere più autoreferenziale di Pensieri Parole Opere che sfodera un’enfasi metal raggelante e Mari Lontani che celebra l’apice della piattezza con la marcia mortuaria dell’ordinarietà. I bachi a forza di mangiare pietra hanno perso la loro caratteristica duttilità che gli permetteva di penetrare attraverso. Sono usciti allo scoperto ma la loro corazza non gli impedirà di diventare meno vulnerabili. Un avvertimento s’intende, non una minaccia.

Voto: 5.5/10
Romina Baldoni

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