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4 gennaio 2017

Alessandro Fiori

PLANCTON

2016 - Woodworm
[Uscita: 4/11/2016]

#consigliatodadistorsioni

 

Quando si parla di Alessandro Fiori l'aggettivo che si trova più spesso accostato al musicista aretino è stralunato, ed in effetti se la luna, come ci insegna Ariosto, è il luogo dove fugge il senno che gli uomini perdono su questa terra andando dietro a progetti fallaci, ad ambizioni sfrenate e illusorie («ripetere lo stesso errore/confondere la gioia col dolore» Margine), l'universo poetico di Fiori mette a fuoco sotto la sua lente di ingrandimento la follia, e forse anche la miseria e la fragilità, umana. Ma lo fa con una sua grazia e leggerezza, con un approccio profondamente empatico verso la sofferenza umana. “Plancton” è un disco plumbeo, funereo, si parla di morte, suicidi, Alzheimer, attentati, ma riscattato e ingentilito innanzitutto dalla voce di Alessandro Fiori che per capacità di unire levità e forza, di creare una complessa e misteriosa complicità anche affettiva con chi ascolta, ricorda il grande Robert Wyatt. Di non minore impatto le musiche, affidate soprattutto all'elettronica, «”Plancton” è il mio “Kid A”», che a volte sottolinea, altre sembra contraddire il canto con suoni cupi, inquieti, e con esplosioni di rumori, battiti, dissonanze, distorsioni, armonie spezzate e lancinanti.

 

Plancton” è un viaggio che dalla profondità cerca di venire alla luce, di emergere, di salvarsi, galleggia sulla superficie dell'oscurità umana, è un disco onirico, misterioso, turba, suscita emozioni difficilmente definibili, indaga sulle nostre paure e angosce, ma soprattutto è profondamente umano. Il disco inizia con la voce dell'attivista Aaron Schwartz, impiccatosi nel 2013 oppresso dalla persecuzione giudiziaria, suoni convulsi e conturbanti caratterizzano la canzone Aaron, un testo breve ci dice che stiamo voltando le spalle alla luce («il sole rimane dietro»). Un'atmosfera angosciosa e notturna permea la strumentale title track. Una beffarda ironia, con quel suono da organetto, è la cifra di Piazzale Michelangelo, il luogo simbolo del turista a Firenze, ma gli sposi giapponesi continuano a fotografare senza accorgersi che un aereo si sta abbattendo sul centro della città («l'aereo che cade sopra l'arte» simbolo della precarietà umana). La fragile Margine, forse solo i gatti sanno quel che gli uomini non comprendono, la bellissima Ho Paura, una riflessione sulla morte, sulla paura della decomposizione corporea e la commovente Ivo e Maria, una dolente canzone d'amore fra un anziano e la moglie malata di Alzheimer, una dolce nenia di una disperata tenerezza, costituiscono una sorta di trilogia sul dolore di fortissimo impatto emotivo. Segue Galluzzo, fra un organo alla Rota e nervose percussioni, parla di smarrimento e inquietudine («laddove c'era l'amore rimane il fraintendimento... lasciami qui come un pezzo di merda qualsiasi»), altrettanto magnifiche Mangia! cantilena dissonante sulla comune esperienza che tutti abbiamo vissuto da bambini dell'essere obbligati a mangiare e l'apocalittica preghiera Madonna con bambino rubato ruba più bambini che puoi, salvali dalle scuole»), un urlo pacato implacabile, anarchico contro il conformismo borghese. Disco bellissimo.

 

Voto: 8/10
Ignazio Gulotta

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