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6 agosto 2014

Lay Llamas

OSTRO

2014 - Rocket Recordings
[Uscita: 26/05/2014]

lay llamasDebutto sulla lunga distanza per il duo siculo formato da Nicola Giunta e Gioele Valenti che escono sull’etichetta inglese Rocket, nome di punta della scena psichedelica mondiale (Goat, Teeth Of the Sea, Oneida) con“Ostro”, registrato in un’antica casa di Segesta, uno dei siti archeologici più suggestivi e incantati del Mediterraneo,  a due passi dal Tempio di Hera che svetta maestoso nel suo lucente biancore contro l’azzurro intenso del mare: «Siamo stati influenzati dall’atmosfera del luogo, con quelle antiche presenze nell’aria». Ma in tutto il disco si respira un’aura mistica e misteriosa, un senso di magia che origina fin dal titolo scelto per il disco che - spiega Giunta - gli è stato suggerito in sogno da un bizzarro e sconosciuto ragazzo, per poi scoprire da un pescatore di Selinunte che quella parola da lui mai sentita prima esisteva e indicava un vento africano che arriva in Sicilia solo poche volte l’anno.

 

E l’Africa, sia quella maghrebina che quella equatoriale, soffia le sue influenze nelle onde sonore dei Lay Llams, accanto ad echi morriconiani e kraut, per non citare che le più evidenti e immediatamente riconoscibili. A Giunta (flauto, basso, percussioni, voce) e Valenti (voce, Casio keyboard, percussioni), si sono affiancati Matteo Pin, chitarra e voce, William Zancan batteria e Gianluca Herbertson synth, sampler, electronics. Quello che ci propongono i Lay Llamas nei nove brani di Ostro è un viaggio psichedelico che oscilla fra le volute spaziali intergalattiche e le suggestioni ancestrali del mito evocato da ritmi profondi afro, dalle sinuosità nordafricane e da sonorità che rimandano al mondo pagano (il flauto misterioso di In Search Of Plant). Un continuo alternarsi fra futuro e passato, ipnotico e mistico che ricorda band come i Popol Vuh, o, per andare a tempi a noi più vicini, i Sun Araw. Archaic Revival ha un’imponente andare sostenuto da una ritmica alla Can, non esente da echi floydiani.

 

 I ritmi tribali e i profumi esotici del Maghreb bagnano il sogno spaziale di Ancient People Of The Stars;  atmosfere più aspre e scure, in un disco peraltro incline al solare, in The Lay LlamasDesert Of Lost Souls è un mantra dalle venature orientaleggianti su un ritmo percussivo ossessivo su cui si dipanano le volute del flauto e delle tastiere, una delle vette dell’album. C’è spazio anche per i ritmi più spensierati ed electropop di We Are You, brano che appare alquanto alieno rispetto al resto dell’album, e per il suggestivo finale di Voices Calls, l’unico in cui si rinuncia all’elettronica, dall’andamento circolare in lento crescendo e con un ipnotico canto sciamanico che sembra disperdersi nel vuoto. Un esordio decisamente riuscito che pone la band fra le realtà più interessanti della scena psichedelica.

Voto: 7.5/10
Ignazio Gulotta

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