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1 febbraio 2016

Garage Boy

I’M NOT EVEN HERE

2015 - Lepers Produtcions, cassette, free download
[Uscita: 09/11/2015]

#consigliatodadistorsioni  

  

garageDi Garage Boy avevamo perso le tracce dal 2011. Di lui si sa ben poco e le notizie che trapelano dal clan degli appestati si sa, sono frammentarie e quasi sempre inattendibili. Sappiamo che ha origini tajiki e che dopo la sua fuga in cerca di identità si è dilettato con un improponibile hip hop punk dub di gran razza ibrida che è quasi più irrisolto di lui. E’ sceso dalle vette del mondo, ha attraversato la steppa per poi tornare a perdersi nelle Murge pugliesi. Il suo lavoro di parcheggiatore di automobili deve averlo confuso a tal punto che ha finito per credere che anche la sua realizzazione personale passasse attraverso lo smisurato e compulsivo numero di manovre necessarie per mettere a tacere una macchina. La sua irrequietezza al contrario non ne ha trovato giovamento, si è ritrovato più vecchio e più ruggente che mai.

Ha avuto una forte crisi esistenziale e adesso ha deciso di stupirci con un annuncio shock: tornerà a fare il bolscevico, riannoderà gli intricati fili della sua esistenza in modalità dastgah e si darà al parcheggio di yak con i pastori Kirghisi. "I’m not Even Here" è lo sbeffeggio dell’orgoglio tradito, tutto ci viene rigurgitato addosso in modalità lo-fi. Ritmi funky e dance punk ci vengono restituiti con tanto di spifferi elettronici e sarabande rumoriste. Gorgheggi ubriachi da acid folk alla Holy Modal Rounders, pianti di neonati e follia visionaria innescano una scenografia grottesca e esilarante.

 

Dalla Caucasian Walk dei Virgin Prunes scimmiottata in Happy Troglodytes fino ad una specie di rivisitazione burlesca dei T. Rex e degli Wire in The Darkness. Dissonanze e dadaismo da saccheggiare e portare in eredità come estremo orpello di eclettismo per dare colore alla severità e alla monotonia della cultura asiatica. Garage Boy consuma la sua implacabile vendetta tirando dentro tutto nel suo baraccone degli orrori, vaudeville e rock demenziale, cabaret dell’assurdo e glitter pop. Fa dello stridore un’arte, del dilettantismo naif una provocazione (Vending Machine). Rivisita in chiave ironica generi, stili e attitudini occidentali eleggendo la parodia e la deformazione a bellezza, a nostalgia di stupore perduto. Diventa epigono di evasioni che questo mondo disincantato e nichilista non può più concedersi, Neuromodulation (Live in Samarkand).

La cosa sconcertante è che risulta credibile e originale, fresco e leggero come poche altre cose ascoltate di recente. Still Life with Mobile Phone è un cosmic joke che susciterà l’invidia teutonica per i cosacchi nei prossimi anni a venire, con Back in Tajikistan suggerisce a Moroder una dervish dance incontenibile. Il blues lo trapianta nel delta dell’Amu Darya e con fare sfrontato e irriverente ci minaccia in un inglese maccheronico -che sa tanto di goliardata da dialetto barese- che vende la macchina e torna in Asia, perché proprio no, di rimanere qui, in mezzo a quattro scapestrati e ammorbati pazzoidi proprio non ne può più.

 

Voto: 7/10
Romina Baldoni

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