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30 giugno 2012 ,

Davide Tosches

IL LENTO DISGELO

2012 - Controrecords
[Uscita: 22/05/2012]

DAVIDE TOSCHES IL LENTO DISGELO # Consigliato da DISTORSIONI

 

Quando un titolo ti racconta già metà della storia. “Il lento disgelo” è un movimento della natura tra i più affascinanti. E’ quando il mondo si scrolla di dosso il freddo e la paralisi dell’inverno, la luce torna a filtrare tra le ombre, il ghiaccio cede di nuovo il passo ai ruscelli, i fuochi si spengono. E le creature annusano le possibilità di una nuova stagione, sentendo di nuovo il sangue che scorre nelle vene.  Se non suonasse effettivamente un po’ incongruo, verrebbe quasi da definire il nuovo disco di Davide Tosches – il suo terzo, dopo l’ormai introvabile “Stressmog” del 2006 e l’apprezzato “Dove l’erba è alta” del 2009 – un lavoro “francescano”. È un disco di foreste, di acqua, di sterpaglie, di colline, di stagni, di rami che si spezzano al passaggio. E di creature, appunto, quelle che vengono raccontate e alle quali si rivolgono queste nove canzoni. L’autore,  sulla copertina e in alcune delle splendide fotografie del booklet, è raffigurato come un viandante al limitare del bosco. Di qua la dimensione antica della natura, là davanti una modernità già fatiscente simboleggiata da inquietanti torri-ciminiere. Inutile dire da che parte batte il cuore selvatico di Davide Tosches.

 

Non sappiamo se sa ammansire i lupi, ma di sicuro sa catturare l’attenzione di chi ascolta con un passo musicale che ha qualcosa di incantatorio, e che per l’appunto non appartiene alla contemporaneità. Non c’è fretta, nella sua canzoni. Non ci sono ritornelli facili, e neppure slogan a effetto. Si può assaporare la bellezza placida di brani come Poco alla volta soltanto…poco alla volta, appunto. Come quando si arriva sulla cima di una montagna dopo una camminata, si respira profondamente e con calma si fa girare lo sguardo intorno. Non si rivelano subito, le canzoni di Tosches. Bisogna dare loro tempo. Eppure il cambio di marcia rispetto all’album precedente è innegabile: se in quel lavoro l’elogio della lentezza e l’enfasi sui toni scuri a tratti descrivevano un panorama evocativo ma un po’ uniforme, qui il suono più corposo, i diversi colori strumentali (flicorno, Hammond, tromba, banjo, il sax magnifico di Carlo Actis Dato in Dove Andiamo), i controcanti suadenti di Laura Carè e un evidente recupero della melodia (soprattutto nella canzone che dà il titolo al disco e nella conclusiva Scintille, con la partecipazione vocale di Mao) permettono aperture inedite, grazie alle quali la musica respira e si offre con più grazia all’ascoltatore.

 

Confinarla a una definizione di genere sembrerebbe un po’ meschino, e allora me la cavo ipotizzando un impossibile incrocio tra i Calexico e  l’Alan Sorrenti di “Aria” (almeno come ispirazione, e ovviamente senza gli esperimenti vocali di quest’ultimo). Unico momento poco riuscito è Patriota, monotona nella musica e troppo polemicamente esplicita nel testo: il “vuoto orizzonte della storia” non è quello in cui Tosches può trovarsi più a suo agio. Ma il resto del disco, compreso il bellissimo strumentale 22:47, è qualcosa che davvero può accompagnarci nei nostri lenti disgeli del cuore.

Carlo Bordone

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