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7 maggio 2012 ,

Post

FAKES FROM ANOTHER PLACE

2012 - La voce del Gregge
[Uscita: 20/04/2012]

POST  “Fakes from another placeGià il nome della band, e cioè Post, è di per sè fortemente evocativo di un qualcosa che è venuto dopo. E anche quei “falsi provenienti da qualche altro posto” annunciati dal titolo, dovrebbero immediatamente fare intuire all’ascoltatore la natura del progetto. Con i Post, infatti, ci troviamo di fronte a una sorta di rilettura analitica degli anni ’80; ma per carità, non pensate subito male, non liquidateli semplicemente come un tributo-in-versione-lusso messo in atto da musicisti che, anziché eseguire covers dei loro idoli, compongono brani alla-maniera-di… No, niente affatto. Non a caso abbiamo parlato di rilettura analitica, e non agiografica o acritica; canzoni decisamente debitrici dello stile degli anni ’80, ma ben rivisitate e filtrate attraverso gli umori di oggi. Non a caso, già nella prima traccia, Absent life, le chitarre asciutte e taglienti non possono non richiamare alla mente gli U2 del periodo tra “Boy” e “War” ma, per contro, la voce ci regala ricami a tratti quasi assimilabili ai Muse.

 

A partire dalla terza traccia, Wait, le tastiere, fino a quel momento un po’ troppo in disparte, acquistano presenza e qui il gioco si fa decisamente interessante, tra i languori dei Japan di “Quiet Life” e le spigolose asperità dei Sound o dei Magazine di “The Correct use of soap”. Bellissime le atmosfere rarefatte di Closer to an end, costruita su arpeggi very-minimal, ma arrivati alla sesta traccia, Little waves, ecco il brano che proprio non ti aspetti: un momento di sola voce e tastiere, dominato dagli accenti del pianoforte, che si stacca totalmente dalla new-wave sentita fino a qui per cadere dentro quella terra di confine tra le melodie post-prog di fine ’70 e la voglia di nuovo dei primi ’80 delle ballads presenti in talune opere tarde di gruppi come Wings, Electric Light Orchestra, Barclay James Harvest o Supertramp. Il ritornello di You beggar, così fortemente intriso di Depeche Mode, costituisce forse la punta di diamante dell’intero album, la successiva Who the hell ci spiazza con ritmiche dispari ricercate ed eleganti, un po’ inusuali per il genere, e grandissimo finale di album con le tastiere sinfoniche tanto care agli Ultravox. Undici tracce senza un attimo di noia. Consigliato, e non solo a nostalgici e collezionisti di genere.

Alberto Sgarlato

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