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13 novembre 2016

Obake

DRAUGR

2016 - Rare Noise Records
[Uscita: 28/10/2016]

#consigliatodadistorsioni 

 

Piove forte, mentre si scatena un assalto sonoro come fosse la banda di Huey del 1° Cavalleria del Colonnello Kilgore all’assalto nella Los Angeles di “Blade Runner”. E non c’è più la cavalcata delle Valchirie, ma una mai celata melodia vocale che sa di gotico e dark wave; umida, malata, maschia eppure perennemente ferita. Pronta a colpire. Eraldo Bernocchi riprende il filo del progetto Obake; lo fa oggi con il braccio destro Lorenzo Esposito Fornasari (chitarra e voce), con il basso di Colin Edwin (già coi Porcupine Tree) e con la batteria di Jacopo Pierazzuoli (Morkobot, King’s Of Fire). Un supergruppo per volumi tonanti che incastra vissuti ed esperienze differenti in un articolato puzzle in cui tecnica e maturità sono incontestabili.

Obake_01Le parole parlano chiare. «Obake» che in giapponese significa “cosa che cambia”. “Draugr” termine indoeuropeo che indica una “creature che ritorna dai morti”. Musica di emersione, perché no di rinascita. Come nei rintocchi ectoplasmatici che aprono con sospetto la lunga romanza da requiem della titletrack. Ritorno, cambiamento. Cambiamento di ritmo, di direzione; improvvisazione. Idee e frammenti musicali che riappaiono, che si scambiano. Dopo un album dal titolo chiaro “Mutation” datato 2014, il progetto di Bernocchi è ancora affascinato dall’ambiguità e dalla multiformità che percorre quella nera linea di confine tra gli stili ed i generi della heavy music.

 

La band è tetragonale e solidissima, mutevole come il riflesso nelle sfaccettature di un cristallo trasparente, ma sempre ancorata ad un rock durissimo, intransigente, scontroso e senza sconti. Post metal, ruvido come lo era nei Prong, tecnico come certi crossover progressivi mitteleuropei (Elleven, Flaming Row). I dieci brani sono rituali di “rumor melodico” che evocano le presenze oppressive di Inter Arma, Neurosis, 16, oltre a più puri trasher assortiti sotto il segno di “Reign In Blood”. Un territorio di dissonanza e velocità in cui però la voce ha qui grande spazio e totale libertà di espressione sia in growl che in canto “lirico”, impostato addirittura. Ritmica possente, capace di virtuosismi ipercinetici come di sospensioni e silenzi che arrestano all’istante l’azione musicale, magari lasciando spazio ad un velo grigiastro di elettronica che sembra piombare dal nulla come la nebbia mortifera in un film di Carpenter; così come accade in Immutable o nelle troposfere psycho spaziali di perenne forza distorsiva che percorrono Augur.
Serioso, con il volto corrugato; un disco che non ha paura di mostrare tutta la parte più adulta della musica metallica.

Voto: 7,5/10
Giovanni Capponcelli

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