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23 gennaio 2012

Les Trois Tetons

DANGEREYES

2011 - Autoproduzione
[Uscita: 10/05/2011]

Quando frequentavo le scuole superiori, a cavallo tra fine 80 e primi 90, la scena musicale ligure aveva inspiegabilmente subìto un certo appiattimento e una certa involuzione, dopo i fasti degli anni 70 e una vivace fase post-punk dei primi 80. Una sera, però, amici mi dicono: “È stato aperto un nuovo circolo ARCI in zona e stasera fanno un concerto di rock-blues veramente spaziale”. Andai a vedere e rimasi positivamente colpito. Erano Les Trois Tetons. Ho avuto il piacere di raccontare questo aneddoto personalmente a loro, a Les Trois Tetons, esattamente un anno fa, a febbraio 2011, in occasione del festival rock "Perché Bardino è Bardino", coraggioso evento concepito nell’Entroterra Ligure per valorizzare e sostenere la scena musicale locale più indipendente. In quel contesto Les Trois Tetons si sono aggiudicati un premio come miglior band che è quasi un riconoscimento alla carriera. Sono passati vent’anni, infatti, da quel concerto che avevo visto da ragazzino al Circolo ARCI Punto di Incontro Italo Calvino di Loano (SV), e nel frattempo Les Trois Tetons hanno fatto di tutto: hanno solcato centinaia di palchi, attraversato numerosi cambi di formazione (tra cui anche il passaggio di un allora giovanissimo Zibba, oggi affermato cantautore) e si sono mossi con perizia e grandi capacità tra i generi: nati con la black music e il rhythm’n’blues hanno via via virato verso contesti più rock, hanno dedicato una fetta della loro vita a un sentito e significativo omaggio ai Rolling Stones e oggi approdano (da qualche anno, ormai) a qualcosa di tutto loro.

 

I 4 del nucleo storico (Alberto: basso e chitarra acustica, Barbon: chitarre, Guido: batteria e percussioni, Zac: voce, chitarre e armonica) pubblicano il loro primo album, “Dangereyes” (quanto è inquietante questo titolo, scritto sulla copertina tutto attaccato, tutto in bianco, ma con la parola Anger in rosso!), una sanguigna e corposa opera di vero rock americano asciutto e desertico, venato di blues quel tanto che basta. Un disco di respiro assolutamente internazionale, grazie non solo alla bellezza delle canzoni ma a due valori aggiunti dati dalla voce di Zac, debitrice nei confronti di artisti come Tom Petty e John Cougar Mellencamp, e dall’ottima produzione audio di Alessandro Mazzitelli, uno dei più popolari e richiesti tecnici del suono liguri, con un curriculum impressionante di collaborazioni con artisti nazionali e internazionali in studio e live. Il CD si apre con Berlin 1987, attraversata da sentori rockabilly, per poi cedere il passo alla dylaniana The Ghost of my mother. Tanti momenti notevoli, da No scars, vero rock’n’roll col marchio del Boss, a Beaujolais and sufferings, l’unico episodio spostato su traiettorie più anni 80, grazie alla presenza portante del basso. Nelle due ballad conclusive poi , Don't trust the mirror e A shot of air, la voce di Zac si sposta su tonalità più acute e lisergiche che evocano a tratti persino Marty Balin dei Jefferson Airplane. Un disco, quindi, da sentire in auto, preferibilmente girando il muso sempre a Ponente, verso il tramonto, con il cielo striato di rosso e basse nubi violacee. E l’asfalto sotto di voi: che voi viviate a Pordenone come a Catanzaro, vi sembrerà quello delle highway statunitensi.

Alberto Sgarlato
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