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7 giugno 2014

Røsenkreütz

BACK TO THE STARS

2014 - Andromeda Relix/Lizard Records
[Uscita: 02/06/2014]

rosenkreutz# Consigliato da Distorsioni

 

Esiste un forte fil rouge che lega gli Emerson Lake and Palmer di Fanfare for the common man, i Saga del loro album di debutto, gli Styx di “Pieces of eight”, i Rush di “Power Windows” e, non ultimi, gli Shadow Circus di “On a dark and stormy night…”, peraltro molto positivamente recensito qui sul nostro Distorsioni meno di un anno fa. Questo fil rouge altro non è che l’aspetto più solenne, maestoso, trionfale e magniloquente del progressive rock, quello che in genere fa storcere il naso ai detrattori del genere e che in realtà più esalta gli estimatori di questa corrente. I nomi citati, tolti gli ELP, sono tutti di provenienza nordamericana (USA/Canada), mentre in Italia fin dagli anni ’70 questo genere ha abbracciato un’impronta alquanto differente, tanto da venire catalogato come filone a sé stante, più basata sulla ricerca del virtuosismo tecnico e sulla sperimentazione, contaminata a una forte impronta mediterranea. Proprio in base a queste premesse siamo portati a salutare con grande approvazione e soddisfazione questo “Back to the stars”, album di debutto del progetto Røsenkreütz, un lavoro che ha il suo punto di forza proprio nel non sembrare affatto un disco di prog italiano. Røsenkreütz, infatti, nasce in provincia di Verona, e dietro questa denominazione opera in realtà Fabio Serra, polistrumentista che nell’album ha suonato tutte le parti di chitarra e tastiere, è autore di tutti i brani (tranne una inaspettata ma riuscitissima cover beatlesiana di I am the walrus) ed ha registrato, mixato e prodotto il disco presso i suoi Opal Arts Studios. 

 

brunelliUn disco, come dicevamo, libero da tutti i clichès e i luoghi comuni che ormai da troppo tempo affliggono il prog italiano e, un’opera, finalmente, moderna, intelligente e originale, che miscela con gusto e personalità varie influenze da 40 anni di prog mondiale senza per questo risultare derivativa ma, al contrario, sempre fresca. Ciò soprattutto grazie al meraviglioso impatto melodico delle canzoni, che un ascoltatore americano definirebbe “stunning”, cioè capaci di colpire e di entrare nell’ascoltatore con prepotenza. Semplicemente sbalorditiva la produzione, anni luce avanti rispetto a qualsiasi prodotto italiano medio, soprattutto nel gran lavoro fatto sulle voci e le armonie vocali: esse trovano come primo comun denominatore certamente gli Yes ma profumano di Magellan, di Spock’s Beard e di AOR… con una piccola sorpresa nel brano Sitting on the edge of heaven che non sveliamo (ma il cognome Shulman potrebbe suggerirvi qualcosa). Unserra plauso a tutti i musicisti coinvolti, Gianni Brunelli alla batteria, Gianni Sabbioni al basso e Massimo Piubelli alla voce, più gli ospiti Angela Merlin (voce femminile in Nothing more in you, un brano che vi stupirà), Carlo Soliman al piano, Gabriele Amadei al violino, Luca Nardon alle percussioni e Cristiano Roversi (che molti appassionati di prog conosceranno per la sua militanza nei Moongarden, nei Catafalchi del Cyber e nei CCLR) al Chapman Stick. Lasciatevi cullare da questo disco, lasciate che apra le porte del vostro cuore e non potrete non commuovervi di fronte all’immensità dei circa 18 minuti della suite conclusiva che dà il titolo all’opera, con quella sua intro così dolcemente queenesque.

Voto: 9/10
Alberto Sgarlato

foto 2: Gianni Brunelli (a sinistra) e Gianni Sabbioni

footo 3: Luca Nardon (a sinistra) e Fabio Serra

 

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