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17 maggio 2014 ,

Alessandro Mannarino

AL MONTE

2014 - Leave music/Universal music
[Uscita: 13/05/2014]

mannarino-al-monteAlessandro Mannarino, nome di spicco della nuova scena cantautorale italiana, ritorna col suo terzo lavoro discografico (dopo "Supersantos" del 2011 e "Bar della Rabbia" del 2009) che segna i tratti di una svolta. In essa si condensa un percorso di maturità, che si traduce nel passaggio dai toni evasivi e goliardici (seppur sapientemente critici ed intelligenti) dei primi due album a nuovi toni più riflessivi, sobri, introspettivi, più sussurrati e meno urlati. In questo passaggio la dimensione folk-popolare ed acustica - arricchita qua e là dall’incedere di percussioni, archi e  strumenti a fiato -  si fa, in alcuni punti,  più lenta, quasi a voler suggerire un tragitto che va sempre più dall'esterno all'interno. Per rendere operativo questo cambio di direzione servono pause ed ascolti profondi che ci depurino dai rumori assordanti del mondo. La meta di questo iter è simbolicamente rappresentata  dalla figura del monte, visto come luogo di ritiro, di acquisizione di una visione  distaccata; una visione che è la sola via per pervenire a quella lucidità, a quella consapevolezza nella quale si esprime la possibilità di una migliore comprensione di noi stessi e della realtà che ci circonda. Tutto ciò contribuisce a disegnare le coordinate di un’opera attraversata da una forte connotazione antropologica ed esistenziale,  nella quale prende forma l’itinerario di una vera e propria ricerca, di un cammino di formazione che interroga il senso dell’umano. Questa ricerca si svela e si approfondisce traccia dopo traccia e ci conduce, mediante un viaggio iniziatico, dalla città verso il monte, ossia verso una dimensione che -come si è già detto prima- è più distaccata, chiara e globale.

 

Dato che per fare questo viaggio è necessario seguire l’opera nella concatenazione dei brani di cui è composta, possiamo dire di trovarci di fronte ad un vero e proprio concept-album, nel quale il significato complessivo è dato dall’inter-connessione contenutistica che lega i vari pezzi e le varie narrazioni che coinvolgono molteplici personaggi e figure che si trovano ad impersonare e a fronteggiare  i costrutti  fallaci di un mondo, dove imposizioni, convenzioni, artifici del potere devono, via via, decantarsi affinché possa schiudersi perAlessandro-Mannarino l’uomo la possibilità di un nuovo senso che consenta - almeno in parte - un riscatto, una liberazione da tutto ciò che ci opprime e ci imprigiona fin dalla nascita. Si parte con Malamor, dove emerge la storia di un soldato che inquadra la sua vita  nella fedeltà rigida ai simboli della divisa e dell’arma militare, visti come componenti capaci di coprire dalle ferite e dalle debolezze dell’amore. Ma questa è, in realtà, una strada disumana, dal momento che riduce l’uomo a bestia: «l’uomo si fa bestia quando non riceve amore». La cifra di questa umanità sacrificata e perduta - come si evince nel brano intitolato Deija - si palesa anche in riferimento ai contesti tematici di una religiosità fatta di credenze ed appigli vacui, che inibiscono la libertà e l’istinto e che, al contempo, alimentano speranze illusorie, incerte, indefinite, destinate ad infrangersi. A ciò, poi, si aggiunge il persistere di una costante storica e naturale, espressa nel binomio dualistico che vede contrapposti oppressori ed oppressi, forti e deboli. Si tratta di una contrapposizione che abbraccia tanto l’intera realtà animale (dove vige la legge del più forte) quanto quella specificatamente umana e sociale, nella quale «cambiano i governi ma non cambiano gli schiavi» (Gli animali). 

 

A fare le spese di un simile meccanismo sono soprattutto le categorie deboli, che si trovano a sperimentare in prima persona i contraccolpi di un potere spietato e di una giustizia ingiusta, costruita a vantaggio di chi esercita direttamente la forza su chi si trova costretto a subirla  (Scendi giù). Rispetto a questi scenari,  una preziosa àncora di salvezza e di liberazione sembra essere costituita dall’amore, inteso come sentimento capace di abbracciare sia la storia universale del genere umano sia la dimensione privata e personale delle singole storie, protese verso uno slancio, un desiderio di futuro: «Il mannarinomondo era un’arca di Noè che andava  persa, alla deriva/ma per quei due il diluvio universale era solo una piccola pioggia estiva/Fuggirono verso il futuro, inseguiti dai gendarmi di quel che era stato» (Al monte). Nel varco aperto dall’amore è possibile, forse, trovare uno sbocco, un passaggio verso il monte, verso una visione  grazie alla quale poter sperare di scorgere le stelle che ci appaiono distanti, impercettibili ma che, al contempo, non smettono di costituire l’orizzonte orientativo e regolativo del nostro sperare. Ed è nella consapevolezza di questa assenza-presenza che ci troviamo a «cercare nei campi di campi di grano, nel fondo del mare, dove va a finire il profumo delle stelle che da qui non si sente» (Le stelle). A conclusione dell’opera possiamo dire che l’interconnessione contenutistica dei pezzi  appare ben armonizzata all’interno di un lavoro musicale ben curato, elegante,  mai sopra le righe. Siamo di fronte ad un’opera di alta qualità e ricchezza tematica, che lascia ben sperare in un futuro di ulteriore ricerca ed innovazione.

Voto: 7.5/10
Vincenzo Cozzolino

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