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24 aprile 2017 ,

The Jesus And Mary Chain

DAMAGE AND JOY

2017 - EK OK / Artificial Plastic Records
[Uscita: 23/03/2017]

Scozia  

 

Dove eravamo rimasti? Ah, sì: i fratelli Reid, Jesus And Mary Chain da Glasgow, 33 anni di carriera e un paio di capolavori (i primi, ad essere sinceri), ci avevano lasciati orfani del loro suono all’altezza di "Munki", A.D. 1998, quasi vent’anni fa. E non era certo memorabile, quel disco. Il destino che accomuna i gruppi degli anni ’80 è quello che li fa apparire più vecchi dei loro predecessori.

Voglio dire: qualcuno trova 'irrimediabilmente datati' i Rolling Stones? No, vero? Adesso provate a porvi il quesito circa, per dire, gli U2: ecco, visto? Questi gruppi si trovano nella situazione di disagio nella quale versavano i progenitori allorché il punk e la disco li misero in un angolo (ricordate? Tutti gli eroi degli anni ’60 e ’70 cercavano di aggiornare il proprio suono con risultati il più delle volte disastrosi). Solo che. Solo che oggi, in epoca priva di reali contenuti, non esistono 'scene' da contrapporre, l’alternativa è affidata alla capacità di essere credibili e professionali, qualità che paiono non mancare ai Nostri:

 

Damage And Joy” è un disco che accontenterà i fan di lungo corso, ma potrebbe anche attrarne di nuovi, essendo ben scritto, eseguito e prodotto. Inutile (e assurdo?) attendersi svolte epocali, ma lecito anelare a belle canzoni e una convinta ispirazione, ed entrambe le cose sono legittimate da un risultato più che dignitoso, a tratti anche molto buono, con jesusquel giusto tocco pop/noise che è la vera specialità dei Reids. L’album fila che è un piacere, supera la prova dell’ascolto in unica sessione (non è così scontato, oggidì), da Amputation a Can’t Stop The Rock, con la consueta stratificazione di chitarre e sovrapposizioni di ritmi sintetici e batteria, un tocco leggerissimo di elettronica, giusto qualche effetto: roba che devi saper maneggiare a dovere.

Non mancano i ripescaggi da avventure vissute da “separati in casa” o in altri progetti (Facing Up To The Facts proviene dall’esperienza Freeheat, All Things Must Pass era già nota in versione più grezza), ma i brani nuovi non sfigurano certo al confronto con l’illustre passato, anche se in un caso si arriva a proporre un duetto (Song For A Secret) con Isobel Campbell che rimanda inevitabilmente a collaborazioni femminili precedenti, con la giusta alternanza di durezza (Facing Up To The Facts) e pop (Always Sad), il glam di Get On Home e la wave di Presidici {Et Chapaquiditch} e All Things Pass, senza perdere nulla in coesione e godibilità.

Voto: 7/10
Massimo Perolini

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