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21 Aprile 2017 ,

Crystal Fairy CRYSTAL FAIRY

2017 - Ipecac Recordings
[Uscita: 24/02/2017]

Stati Uniti    #consigliatodadistorsioni

 

Come finiscono a suonare assieme una coppia di maturi eroi proto-grunge di culto, una giovane vocalist invasata e pericolosa ed un elegante guru math-prog?
Facile, quando le Butcherettes della cantante Teri Gender Bender aprono gli show dei Melvins di Buzz Osborne e Dale Crover, mentre Omar Rodriguez-Lopez (Mars Volta, At The Drive In) si ritrova a bazzicare nel mezzo del baccanale come produttore delle ragazze. Chiamatelo quindi supergruppo, se volete, ma nulla a che vedere con Audioslave, Chickenfoot o Them Crooked Vultures; questa è una band fatta e finita, così naturalmente affiatata che potrebbe avere fatto miglia e miglia stipata in un sudato Volkswagen in tour perenne con quel paio di Lp snobbati dalla critica da vendere nei banchetti ai concerti su palchi improvvisati in qualche fiera campestre del Wyoming. Ed invece sono bastati alcuni giorni in studio tra L.A. ed El Paso e la fiducia della Ipecac di Mike Patton (Faith No More) per sfornare un album a cui riguarderemo, tra qualche anno, come uno smarrito piccolo capolavoro.

 

Stoner core con vocalità riposseduta, riff come pachidermi fumanti, songwriting non banale e quel filo di rimmel di decadenza glam punk. La potenza di “Bullhead”, il groove degli AC/DC, la contrapposizione costante soft/hard, veloce/lento e l’imprevedibilità del prog-metal: ovvero la perfetta fusione di quattro personalità dominanti. Un esordio che rimbomba tridimensionale, con tutto il volume dall’atrio di Headley Grange in cui Page incise “Physical Graffiti” (esiste hard rock meglio registrato di quello sul primo Lp di quel doppio?), diretto e immediato solo in apparenza, in realtà ricercato e originale nell’armonia e negli arrangiamenti vedi Drugs On The Bus, crossover possibile tra la N.I.B. dei Sabbath e l’horror punk dei Cramps, ingigantito dagli steroidi equini di un metal alternativo di cui, in effetti, Buzz sa bene qualcosa… E mentre lui e Dale Crover spaccano legna come dei colossali Paul Bunyan, Rodriguez-Lopez “jackbruceseggia” e dirige nell’oscurità, dettando cambi di ritmo ed agilità imprevedibili per una tale corazzata; tutti e tre destreggiandosi come fossero la Rollins Band con Chris Haskett o i RATM spostati sull’ottava più bassa del rock.

 

E là davanti, Teri è davvero l’arma finale; l’alabarda spaziale di questo Goldrake spaccaossa; perché è ultrasexy, con quell’espressione sciupata e ambigua di chi è appena stata stuprata consenzientemente dallo spettro della Dragonaut degli Sleep, mugugnando da sirena-pusher come faceva Plant in “Houses Of The Holy”; e se incrystalfoto2 Secret Agent Rat avesse una Colt M4 al posto dell’asta del microfono, sarebbe una degna rivale di Rose McGowan nei sogni pulp di Robert Rodriguez. Da citare almeno Necklace Of Divorce, tirata clamorosa per napalm, cingoli e rossetto e lo slow alla White Stripe di Under Trouble, in un album al termine del quale prorompe la furia hardcore di tre brani da due minuti che ritornano su climi horror ed esagitati. Notevole, ironicamente autocompiaciuto, e giustamente autoreferenziale. Ascoltare, grazie. 

 

Voto: 8/10
Giovanni Capponcelli

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