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28 aprile 2017 ,

King Woman

CREATED IN THE IMAGE OF SUFFERING

2017 - Relapse
[Uscita: 24/02/2017]

Stati Uniti

 

Questa volta la Relapse scoperchia un labirinto catacombale scavato nella terra rossa del deserto di uno stoner doom ostico, abrasivo ed acido, che sconfina nello sludge più mestamente depresso: ovvero uno dei piatti forti della casa. L’esordio del quartetto di San Francisco, gotico sin dalla copertina, allinea litanie per la voce femminea sotterranea e sconfitta di Kristina Esfandiari, come una Tess Park del metal estremo. Intrappolata in un ordito chitarristico roccioso eppure friabile, sdrucciolevole, che ricorda certi intrecci di blackgaze scandinavo come i recenti Grave At Sea di "The Ashes Make Her Beautiful". L’incedere è stanco, caracollante, monocromo, sconfitto; vedi il marciume che sprigiona l’attacco morente di Deny o l’incessante drone rugginoso di Shame; oppure Manna, l’apice nascosto dell’album: salmodiare di un muezzin straripante di eco con una demoniaca coda per distorta viola solista.

Le due maggiori rivelazioni, Hem con il suo ironico e cinico epilogo gospel e Hierophant, un mehnir poggiato sulla schiena del Gigante, si portano appresso tutto il carico di uno slowcore disperato per tempi post nucleari e suonerebbero comunque alla grande nelle camere di adolescenti tormentati, quelli che mordono il cuscino, accendono una candela e spengono la luce, dimenticandosi il poster di Shakira sulla scrivania. «I'm gonna be the one devastated by lust». Ipnotico, ruffiano, intriso di una melodia che riecheggia il doom più romantico, il male oscuro dei KW traduce i My Dying Bride per fumati asceti dilettanti dello stoner californiano, ossessionati dalla lentezza con cui la lacrima scorre sul volto della sofferenza: «I am created in the image of suffering I'm suffering». Senza felicità alcuna.

 

Voto: 7/10
Giovanni Capponcelli

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