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15 giugno 2015 , ,

Crocodiles

BOYS

2015 - Zoo Music
[Uscita: 15/05/2015]

Stati Uniti   

 

crocodiles_boyslpCrocodiles arrivano al quinto album in sei anni proponendo sempre la stessa formula musicale: dall’hype montante di “Summer Of Hate” (2009), esordio che li lanciò nella stratosfera dei circuiti indie, alla maestosità shoegaze del successivo “Sleep Forever” (2010) e all’art-punk di “Endless Flowers” (2012) fino alle abrasioni pop di “Crimes Of Passion” (2013) il percorso dei Crocodiles si è rivelato, se non fallimentare, sicuramente più modesto di quello che i primi due dischi lasciavano intuire. La band, portavoce di un sound che fin dall’inizio ha costantemente e pericolosamente ricordato quello dei Jesus & Mary Chain, con questo “Boys” non muove nessun passo avanti, mette insieme solo un repertorio canonico. Non necessariamente un male: la capacità di scrivere melodie affilate e appiccicose rimane una prerogativa tanto dei fratelli Reid quanto del duo Welchez/Rowell e tutto sommato ci si diverte ascoltando quello che loro stessi hanno definito “muy chingón”. La band per registrare Endless Flowers si era trasferita a Berlino (nell’iniziale title track si poteva sentire la batterista Anna Schulte contare:”…eins, zwei, drei, vier!”), questa volta è il turno di Città Del Messico che secondo la band ha ispirato loro il suono e l’attitudine “salsa-punk”.

 

In realtà c’è ben poco di salsa in questo Boys e molto pop punk che non necessariamente fa riferimento alla formazione di Glasgow  ma prende un po’ da dove capita. L’apertura è riservata al pimpante motivetto di Crybaby Demon, subito di seguito ci sono le percussioni e i synth in loop della cantilena dicroco1 Foolin’ Around. Altro pop scanzonato e irreverente è Transylvania (power pop degno dei migliori Dinosaur Jr) mentre Do The Void tenta di incattivire il tiro (il finale però insistito sui feedback manda tutto in caciara senza concludere nulla). Hard e Peroxide Hearts hanno il suono di uno Springsteen in malora per le strade della California. A Blue, The Boy Is A Tramp e Don’t Look Up  congiungono lembi della musica leggera degli anni ’60 con il synth pop anni ’80. Solo Kool TV è in realtà una salsa che però si perde in strade che ancora una volta sanno di hit marcite sotto il sole. In fondo, i Crocodiles amano fare questo: trasfigurare la forma della canzonetta, incupirla, sporcandola ma senza mai stravolgerla completamente. Di contro crocoamano fuzz e assolo, feedback e linee ritmiche ossessive che poggiano su strutture melodiche. Come i Deerhunter dell’ultimo “Monomania” (2013) la sensazione che qualcosa sia cambiato e che l’ambizione sia calata è forte. Sono lontani le eco di arena-rock che facevano sussultare in Hearts Of Love  o All My Hate and My Hexes Are For You, il martellare dei riff di Sleep Forever o Stoned To Death, l’epica sfilzata kraut-pop di Mirrors. Gli orizzonti si sono ristretti e il clima è più claustrofobico. Va bene così, ma è spontaneo chiedersi come sarebbe finita se fosse andata diversamente. 

 

Voto: 6.5/10
Ruben Gavilli

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