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20 febbraio 2017

Eliza Carthy & The Wayward Band

BIG MACHINE

2017 - Topic Records
[Uscita: 3/02/2017]

Inghilterra    #consigliatodadistorsioni

 

Mai come nel caso di Eliza Carthy è stata valida la locuzione “buon sangue non mente”: la signora è, infatti, figlia di Martin Carthy, chitarrista emerito, prime mover del folk revival britannico, in duo con il compianto Dave Swarbrick, negli Steeleye Span, nelle varie incarnazioni della Albion Band, nei Brass Monkey, più recentemente, e nei Watersons, gruppo in cui ha militato Norma Waterson, una delle migliori voci della scena folk d’oltremanica, sua moglie e, appunto, madre di Eliza. La quale sin dall’adolescenza ha mostrato doti indiscutibili di violinista e cantante, iniziando a calcare le scene all’età di tredici anni per diventare ormai un personaggio di primissimo piano nell’ambiente musicale britannico anche al di fuori del ristretto ambito folk, come dimostrano le sue varie collaborazioni con artisti del calibro di Billy Bragg, Wilco e Paul Weller. Per festeggiare vent’anni di onorata carriera musicale, Eliza ha messo in piedi, nel 2013, una specie di supergruppo di dodici elementi chiamato Wayward Band, con musicisti provenienti da gruppi come Bellowhead, Mawkin, Blowzabella, Edward II, e con esso ha messo a ferro e fuoco i palchi albionici. L’evento ha riscosso unanime approvazione, sia per la qualità che per la potenza ed energia sprigionate nelle esibizioni dal vivo. Da queste alla registrazione dell’album di cui ci occupiamo è passato un certo tempo, ma l’attesa è stata certamente premiata: siamo di fronte ad un lavoro fantastico, suonato in modo impeccabile da un gruppo che viaggia come un TGV, capeggiato dalla grandiosa voce della Carthy e dal suo strepitoso violino.

 

La band comprende, oltre a Eliza, Lucy Farrell alla viola, Willy Molleson e Laurence Hunt alle percussioni, Adrien Toulouse al trombone, Beth Porter al violoncello, David Delarre alla chitarra, Andrew Waite alle tastiere, Nick Malcolm alla tromba, Saul Rose al melodeon, Sam Sweeney al violino e Barn Stradling al basso. Da una simile brigata non c’era da attendersi che un suono potente, legato alla tradizione, visto che i brani sono per la maggior parte tradizionali, ma altrettanto moderno nell’approccio. A ballate come Devil In The Woman o Fade And Fall (Love Not) viene somministrato un trattamento ricostituente, più aderente a schemi folklorici è la comunque impeccabile The Sea. I momenti più interessanti si snodano nel “folk/hip-hop” di You Know Me, una composizione della stessa Carthy, ispirata dalle tristi immagini dei migranti costretti a fuggire dalle zone di guerra e brutalmente respinti da alcuni Paesi, alla quale partecipa il rapper McDisraeli, e nella canzone alla quale si ispira il titolo del disco, la commovente The Fitter’s Song, un pezzo scritto nel 1959 da Ewan Mac Coll per celebrare i lavoratori che costruirono l’autostrada M1, che diventa gioioso inno di lotta, a testimoniare l’impegno sociale (un marchio della famiglia Carthy) della nostra Eliza. Ancora una menzione per un altro “traditional”, l’irresistibile Great Gray Back, prima dell’inevitabile consiglio finale: se amate il folk rock, procuratevi assolutamente questo disco.  

 

Voto: 8,5/10
Luca Sanna

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