Migliora leggibilitàStampa
17 aprile 2016 , ,

Junior Boys

BIG BLACK COAT

2016 - City Slang Records
[Uscita: 05/02/2016]

Canada

 

Junior-Boys-Big-Black-Coat-562x560È difficile scrivere di qualcuno o qualcosa che ha profondamente riconfigurato la sensibilità di chi scrive e quella di un decennio. Ecco è così, è difficile scrivere di Junior Boys. Già con il primo lavoro “Last exit” comparso nell’ormai lontano 2004 il duo canadese era riuscito a intercettare lo spirito di un’epoca concretizzandolo in un’onda sonora lorda e sognante realmente originale. Junior Boys ha mostrato a tutta una generazione i suoi stessi desideri proiettati per la prima volta su una superficie musicale nella quale quella generazione poteva finalmente specchiarsi. E non accadeva da Seattle '96.

In quello specchio si riflettevano una nuova considerazione non apologetica del post-modernismo, il meticciato sonoro rimpiazzava l'indifferenza cool verso i generi, l'estetica del Camp trovava finalmente anche in ambito musicale un punto di esposizione. Tutto questo è stato Junior Boys nella prima parte della sua esperienza, tra sperimentazione vera e quindi tra altezze siderali e bassezze immonde. Dopo il primo decennio degli anni '00 arrivano allora le esperienze autonome -in cerca della formula della perfetta scissione dell'atomo-per Junior Boys ormai scisso in Jeremy Greenspan e Matt Didemus

La formula non la si è trovata, in compenso i due hanno riportato nella casa comune Junior Boys pezzi di salutare buon senso planetario. Nasce da questa visone definitivamente pacificata questo “Big Black Coat”, fatica dal sapore senile ma che attinge a piene mani linfa idee e sangue da quanto di migliore si muova sulla scena internazionale; esemplare in questo senso il continuo ammiccamento upbeat che colora gran parte del lavoro di Junior Boys.

 

boysIl disco naviga, si dibatte da una parte tra la Scilla di un pop risucchiante ma privo di originalità di cui You Say That è il fiero araldo; dall'altra nelle pasture di Cariddi dilaniato dai frammenti sonori, richiami dub rarefatti e sofisticati di And It's Forever nella quale si staglia potente l'ombra di Caribou, vero mentore e mente nascosta della produzione di Big Black Coat.

Nel mezzo il calmo mare del ritorno a casa rappresentato da una eurodance masticata dai molari sapienti del duo dell'Ontario e dei soliti Depeche Mode nella furba titletrack, concentrato di richiami, citazioni e rimandi tra i soliti quattro gatti dai nomi altisonanti che per amicizia del lettore si tende a ridurre alla sola denominazione garantita New Order.

C'Mon Baby (ma anche You Say That) è il risveglio da questo dolce sogno di rimandi condizionati dalla volontà di piacere; risveglio dolce in un Eden abitato da melodie unnamed2synth casuali che vorrebbero essere rapsodiche (in senso tecnico) e vecchi abitué dei rave di 20 anni fa in giacca, ansiosi di cancellare occhiaie di lunga data dal viso. Nel caso in cui non ci si riesca poco male, basta gettarsi nel techno glam ruffianissimo di What You Won't Do for Love  per dimenticarcene. Come spesso avviene tanto sono alte le aspettative tanto più forte sarà il tonfo al suolo. Un disco senza infamia e senza lode. Che è quanto di più infame si possa dire di una produzione artistica.

Voto: 5.5/10
Luca Gori

Audio

Video

Inizio pagina