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17 novembre 2018 , ,

Julia Holter

AVIARY

2018 - Domino Recording
[Uscita: 26/10/2018]

Stati Uniti   #consigliatodadistorsioni     

 

julia-holter-aviary-e1536243709914Riepilogando: “Have You In My Wilderness” (del 2015) rappresenta l'apice arty e intellettuale di Julia Holter sulla forma canzone “cameristica”, “Loud City Song” (del 2013) è la summa insuperata di un nuovo prototipo di stream of consciousness, avanguardistico nella sostanza e pop nell'involucro armonico; il nuovo lungo “Aviary (1 ora e '30) si impone come una specie di concept sui tormenti dell'anima prossima alla disgregazione. Stavolta, Julia Holter - musicista losangelina che da sempre flirta con la musica concreta, il digital pop e l'alea – riesce a centrare il bersaglio voluto e a fondere alla perfezione il lungo elenco di musiche (e musicisti: Cage, Wyatt, Nico, Kate Bush, Enya) che l'hanno ispirata. Nelle 15 tracce di “Aviary” l'artista (attiva discograficamente sin dal lontano 2007) sfrutta tutti i trucchetti, le malizie e (va da sé) le brillanti intuizioni con cui è riuscita non senza fatica a forgiare una nuova tipologia di orchestral avant-garde pop. Il titolo del disco, in particolare, è l'indizio che fa prova: perché l'aviary che evoca è una citazione della poetessa statunitense d'origine libanese Etel Adnan, che in un verso di una sua composizione scriveva: “Mi sono ritrovata in una voliera piena di uccelli urlanti". Mai immagine fu più azzeccata per descrivere il nuovo corso holteriano, che guarda alle avanguardie storiche (Cage e alea in primis, ma anche la musica concreta) con l'occhio e l'orecchio interiori di un'incantatrice/creatrice di mondi fantastici.

juliaNon una nota delle varie Chaitius, Turn The Light On, I Shall Love 1 o In Garden’s Muteness fallisce l'obiettivo di coniugare la classica contemporanea a certo afflato synth-etico che qui funge da perfetto pendant. Un grazie per questi “solchi” va all'ensemble composto da Dina Maccabee (violino), Andrew Tholl (viola), Devin Hoff (contrabbasso) e Corey Fogel (percussioni). La libertà artistica della Holter dimostra di non conoscere barriere o limiti, perché sa volare aldilà del pop manieristico/manierato dei tanti che si giocano la carta della “sofisticazione classica o avanguardistica”. Proprio per questo motivo l'album, al contempo leggero come una foglia, e denso come un romanzo joyciano, riesce a “bucare” da parte a parte i reami del “pop confessionale” per sbucare in una landa di puro sogno e di pura gioia (nonostante di primo acchito il disco paia oscuro come pochi altri in giro). Il che, di questi tempi, è ben più che un semplice miracolo.

 

Voto: 7,5/10
Massimo Padalino

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