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8 maggio 2014 ,

Real Estate

ATLAS

2014 - Domino Records
[Uscita: 03/03/2014]

realaestateAtlasRitornano Real Estate (New Jersey) a distanza di tre anni da quel “Days” che aveva fatto gridare alla piccola gemma indie-pop capace di arrivare nelle charts americane grazie a brani come It’s real e la sensazione è quella di un buon disco ma che ormai, a distanza di qualche anno, sa di già sentito, che ha perso quella fora di penetrazione iniziale che ci aveva fatto amare la band del cantante e chitarrista Martin Courtney. Certo, la produzione si è fatta più di livello visto la registrazione nello studio di Chicago di proprietà di Wilco, le chitarre jingle-jangle e le atmosfere da campagna americana che li avvicinano stilisticamente in maniera decisa al progetto parallelo dell’altro chitarrista Matt Mondanile non aiutano a dare sufficiente luce ad un disco che sembra essere la copia sbiadita di Days. Per carità, non mancano delle “belle” canzoni come il singolo apripista Talking backwards con quel suo incedere da passeggiata in bicicletta per le vie del villaggio o la ballad How might I live decisamente un rimando/omaggio al’indie-folk dei Wilco. I toni country-psichedelici in Horizone e gli arpeggi da college radio dell’apripista Had to hear così come i cambi di ritmo con finale che non ti aspetti di The Bend, cercano di compensare alcuni momenti di stanca come la strumentale April’s song  o la monotonia strutturale di Primitive.

 

Dieci tracce che scorrono piacevolmente con la consapevolezza che dopo qualche ascolto, magari accelerato, sul nostro lettore questo “Atlas” finirà nel dimenticatoio della moltitudine di dischi indie perché il terzo lavoro dell’ormai a tutti gli effetti quintetto americano è di quelli che pur non apparendo decisamente brutto non riesce neppure ad apparire il suo contrario e probabilmente il punto sta proprio in quel “decisamente” perché Real-Estate-Bandqui i nostri non abbandonano la strada di “Days”, ma neppure la ribattono con la stessa forza compositiva ed espressiva. L’impressione è di ascoltare un gruppo di nerds che fanno la loro cosa con l’attitudine sixties rivisitata in chiave moderna in maniera quasi fredda e distaccata, piacevole per carità, ma senza anima e passione per la serie “… potrebbe crollarci il mondo intorno e noi continueremmo a suonare le nostre cose nello stesso modo”. In definitiva, un disco che sa di transizione, anche se l’idea di tre anni di attesa per partorirlo non fa pensare troppo in positivo, almeno sotto il profilo creativo, per gli sviluppi futuri di una band che nonostante questo (o forse grazie) sembra invece proiettata ad ampliare la sua popolarità, visti i primi risultati di vendite un USA ed UK.

Voto: 6/10
Ubaldo Tarantino

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