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18 maggio 2018

Arctic Monkeys

TRANQUILLITY BASE HOTEL & CASINO

2018 - Domino Records
[Uscita: 11/05/2018]

Inghilterra

 

Gran parte dei fan della prima ora dell’intrigante band di High Green, Sheffield, potrebbe maturare uno shock non indifferente dopo l’ascolto dell’ultima fatica, “Tranquillity Base Hotel & Casino, rilasciato dalla Domino Records. Eppure, sono sempre gli Arctic Monkeys, sebbene le loro coordinate sonore appaiano qui deflettenti dai canoni oramai consolidati. In effetti, l’album presente nulla ha in comune coi precedenti: laddove “Favourite Worst Nightmare”, “Humbug”, "AM”, ad esempio, davano l’idea di un rock graffiante, quantunque interpolato e coniugato in molteplici combinazioni stilistiche, lanciato su scala planetaria e giudicato come brillante da milioni di aficionados, il presente lavoro si contraddistingue per i toni intimistici e quasi da camera dell’assunto compositivo. Parrebbe, d’acchito, più un’opera solistica del prode Alex Turner che la filiazione di una delle band più osannate dell’orbe terracqueo. Pianoforte, solo pochi accenni chitarristici qua e là, un uso lieve della sezione ritmica, la voce, questa sì, profonda, da crooner, talora con accenni ‘bowiani’, del leader. Un album che necessita di parecchi ascolti per essere decantato, e, tuttavia, per quanto spiazzante, non del tutto disprezzabile, a nostro avviso.

 

Partendo dalla inaugurale Star Treatment, raffinato esempio di pop-rock incorniciato dalla voce morbidamente dispiegata di Turner, e proseguendo per le volute spiraliformi di One Point Perspective, con l’uso del falsetto che aggiunge una patina di sonorità anni Ottanta e la chitarra di Jamie Cook che scandisce mollemente i tempi della melodia, il disco si dipana, per ora, lungo sentieri alquanto gradevoli. American Sports rinnova tra le sue pieghe di elegante modulazione pop il nuovo corso artistico degli Arctic Monkeys, mentre la traccia eponima, Tranquillity Base Hotel & Casino, ruota attorno a ricami di voce e tastiere, con la sezione ritmica di O’Malley e Helders a discretamente impreziosire la scena. Non convince l’incipit di Golden Trunks, troppo artefatto e melenso, col falsetto che umetta di miele stantio i solchi, mentre il livello torna a salire di qualità in Four Out Of Five, sebbene si abbia l’impressione nettissima che si sia entrati nella fase declinante dell’album. Sensazione che diviene vieppiù pregnante ascoltando The World’s First Ever Monster Truck Front Flip, canzone alquanto bislacca in ogni sua componente, dalla tenuta ritmica al tessuto compositivo. Non risolleva le sorti dell’album Science Fiction, troppo debole l’impianto d’insieme, né si può dire vada meglio con la traccia successiva She Looks Like Fun, per quanto qui si intravedano lampi dell’antico tessuto rock, con chitarra graffiante su una base ritmica più sostenuta. Intimistica e poetica è, invece, Batphone, con la voce di Alex che tesse trame di pura gradevolezza abilmente sostenuta dalla base strumentale ottimamente coordinata. L’episodio finale, The Ultracheese, dà rilievo alla voce certamente ispirata e profonda di Turner, distesa su una base di folk-rock sofisticato, e suggella un album non proprio convincente, benché occorra apprezzare il coraggio dei Nostri nel tentare altre vie espressive e nel non adagiarsi opportunisticamente sugli allori, e dare respiro ulteriore a una band comunque di assoluto livello. 

 

Voto: 6/10
Rocco Sapuppo

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