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27 marzo 2017 ,

Arbouretum

SONG OF THE ROSE

2017 - Thrill Jockey
[Uscita: 24/03/2017]

Stati Uniti     #consigliatodadistorsioni

 

Quando tutto sembra irrimediabilmente compromesso e la densità dell’aria si fa carica di umori neri, è il momento di stringersi alle proprie certezze, forzare la spinta gravitazionale e andare in una direzione ostinatamente contraria a quella dettata dallo spirito del tempo. Questa è la suggestione che si avverte dall’ascolto di “Song of the Rose” degli Arbouretum (foto di Noel Conrad), quello di rinchiudersi in una sorta di confortante bolla dentro la quale il corso del tempo è sospeso mentre la realtà diventa un semplice fondale su cui proiettare le proprie percezioni. A cinque anni di distanza da “Coming out of the Fog”, in cui prevalevano coltri di fuzz e un suono complessivamente dalle tinte più scure, il nuovo album ha una classicità immediatamente percepibile tanto dalla voce cristallina di Dave Heumann, forse mai così bella e ricca di vibrazioni antiche, quanto da una più marcata prossimità al sound dei Grateful Dead e della West Coast nel suo versante psichedelico.

 

Negli otto brani della tracklist tutto è misurato e senza alcuna sbavatura, come in una fotografia in cui niente rimane fuori fuoco, anche merito dell’ottima produzione che restituisce appieno il calore analogico delle chitarre nel loro spessore specifico. La scrittura non ha cedimenti, pur risultando chiaramente derivativa nel modo con cui affonda le proprie radici nel fertile terreno dei tardi sixties. La doppietta costituita dall’iniziale Call Upon The Fire e dalla successiva Comanche Moon sono tra le migliori cose scritte da Mr. Heumann a cui deve essere apparso in sogno Jerry Garcia, considerato l’evidente imprinting dei Dead. Song Of The Rose è un blues immenso che si dipana su due accordi giocati sapientemente sulla dinamica degli strumenti, con Dirt Trails poggiamo la testa sulle morbidezze di “American Beauty” e sulle armonie di CSN&Y, mentre l’intensità di Fall From an Eyrie mette i brividi e ci accorgiamo che i Fleet Foxes si sono dissetati allo stesso ruscello di Americana. Dopo la trance dello strumentale Mind Awake, Body Asleep, arriva un’altra perla in chiusura: Woke Up on the Move, brano dalle striature arcaiche che, attraverso un’apparente e inesorabile lentezza, esplode dentro come qualcosa di fin troppo represso. “Song of the Rose” è un disco che si nutre di cose semplici e che riesce a catturare per le suggestioni di un mondo lontano dove tutto era definito da confini meno angusti e i concetti non erano liquidi e sfuggenti come oggi in cui è difficile trovare un rifugio sicuro, in attesa che passi la tempesta. 

 

Voto: 8/10
Giuseppe Rapisarda

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