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9 settembre 2014 , ,

Borghesia

AND THE MAN CREATED GOD

2014 - Metropolis Records
[Uscita: 10/06/2014]

Slovenia-USA

borghesiaNegli anni ’80 la Slovenia era solo un modo di dire nell’ex Jugoslavia e Lubiana era la capitale della migliore scena electro-wave a est dell’Adriatico che poteva, e può, appuntare sulla sua giacca i nomi Borghesia e Laibach. Le due formazioni si sono rincorse nella sperimentazione e nelle alterne fortune della ricezione fino a riacciuffarsi nel 2014 con l’uscita quasi contemporanea di due nuovi lavori: da una parte i Laibach con “Spectre”; dall’altra Borghesia (Dario Seraval e Aldo Ivancic) che a 19 anni dell’ultimo lavoro originale – nel frattempo solo una raccolta uscita per FV Music nel 2009 e una sanguinosa guerra civile che ha reso storia il concetto di Jugoslavia – producono il disco “And the man created God”. E che questo titolo non incoraggi un ascolto superficiale o pregiudizievole: non si tratta di un disco a tesi. I borghesia non vogliono dimostrare nulla e sono lontani i tempi in cui proponevano cupe citazioni, strizzate d’occhi più o meno colte e ambientazioni malaticce dal sapore vagamente snob come in “Triumph Of The Desire”, una raccolta di video che tenta di stupirci giocando lugubre con il titolo del celebre documentario nazionalsocialista Triumph des Willens. Come lontane sono le sonorità EBM, più o meno frivole, degli ultimi lavori come “Dreamers In Colours”. And the man created god è un disco che va ascoltato e letto allo stesso tempo: portare la musica all’estremo in cui incontra solo ciò che può essere letto e portare ciò che può essere letto al grado estremo in cui non è più che suono, come in 194. È qui che le scale orientalizzanti, chitarre monche e una voce narrante femminile si fondono in una composizione sinfonica claudicante e cieca che racconta della tragedia in Palestina incidendo il dolore nelle orecchie dell’ascoltatore.

 

borghesiaÈ così che le sonorità più pop dal retrogusto sinistro (My life is my message) si incastrano con riff elettronici armonizzati con chitarre sbilenche (Shoot at the Clock). Non mancano le sortite verso il dancefloor (Too much is not enough) che rappresentano però il momento più debole di And the man created god: l’alternanza di voce femminile e maschile - da bella e bestia – è alla lunga stucchevole soprattutto nei momenti in cui la costruzione originale delle composizioni dovrebbe incontrare una certa facilità di ascolto. I borghesia insistono sull’equilibrio tra continua innovazione e melodia con uno stile personale e marziale al tempo stesso (C’est la guerre) che non riesce a trovare quella perfezione che permette anche al bislacco di non cedere al ridicolo ed al posticcio, cosa che invece a volte succede (Para Todos Todo). Migliori i risultati quando i Borghesia si rivolgono alla forma canzone classica e tentano un aggiornamento anti-eroico dei generi, un loro travestimentoborghesia quasi carnevalesco grazie all’elettronica, come nel caso del Blues di We don’t believe you. Nel complesso ci confrontiamo con un prodotto musicale contemporaneamente raffinato e naif, ricolmo di citazioni (anche troppe) e complicati contrappunti tra il livello musicale e quello storico-letterario come nel caso di Shoot at the clock, con chiaro riferimento ai colpi di fucile esplosi nel 1871 dagli insorti comunardi parigini contro gli orologi pubblici che scandivano il tempo di lavoro. L’idea centrale del lavoro è che occorra, anche musicalmente, ricostruire l’idea di Europa come patria dei senza patria. Si spiega così la presenza dei più disparati generi e timbri musicali nonché il cammeo del filosofo sloveno Slavoj Zizek, come a ricordarci che è a casa che bisogna guardare per trovare nuove possibilità espressive e una nuova Europa, musicale e non.

 

Voto: 7/10
Luca Gori

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