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29 ottobre 2016 ,

Jack White,

ACOUSTIC RECORDINGS 1998-2016

2016 - Third Man Records
[Uscita: 09/09/2016]

Stati Uniti    #consigliatodadistorsioni  

 

Jack White - Acoustic-CoverJack White, il rocker in maglietta bianca e pantalone rosso ha da tempo smesso i panni dell’icona ultrapop per ragazzi alternativi ed inconsciamente revivalisti. Anzi, su un certo revivalismo maturo ha costruito la propria intensa carriera post White Stripes, con i suoi sprazzi di ‘Neo Americana’ frenetica, irrequieta, ri-urbanizzata; non più solo appannaggio dei grandi spazi da “Sentieri Selvaggi”, bensì fatta di giustapposizioni e contrasti piuttosto che di denominatori comuni; fatta di introspezione spesso nevrotica piuttosto che di ariose confessioni intrise di nostalgia. In questo Jack ha contribuito non poco a dare voce alla frammentazione musicale di inizio millennio. L’unplugged come successivo passo obbligato? Per un artista alla soglia dei 41, uno sguardo al passato è forse fisiologico e l’acustico pare il mezzo adatto per gettare nuova luce su tutto il percorso fatto fin qui, oltre che per trovare “quel denominatore comune” ulteriore tassello del plausibile ponte Detroit–Nashville che l’autore ha da sempre inseguito. L’album che ne risulta è quindi la carrellata di una carriera, con nuove versioni di pezzi dei White Stripes, dei Raconteurs, dei Dead Weather, oltre che degli album solisti. Un Jack White parallelo, che ci mostra (e si diverte un sacco a farlo) come sarebbe potuto essere se avesse preferito il cantautorato di nicchia alle luci della ribalta rockettara. Ottimo tentativo… ma la realtà a suo tempo fu quella che tutti conosciamo. Per fortuna? Sì, anche se questa compilation è davvero un ascolto appagante.

Jack White 01La copertina intanto. Un piano medio in bianco e nero con chitarra e microfono; sembra uno scatto uscito dal vecchio catalogo Delmark, quello di “Nine String Guitar Blues” di Big Joe Williams o “Look On Yonder's Wall” di "Big Boy" Crudup.  E certo che il Nostro, cresciuto nel mito di Son House e Blind Willie McTell, deve conoscere l’intensità di certe incisioni; e magari questa collezione è anche un tributo, forse un po’ ruffiano, ad una pesante tradizione da lui tanto spesso consciamente tradita. Ed anche in questo caso il trucco c’è, perché non pensiate di ascoltare solo una voce, una chitarra ed il fruscio del microfono. Gli arrangiamenti sono un piccolo mondo vintage, a tratti un po’ naif, fatto di pianoforti verticali, fiddle, banjo, spazzole e quant’altro ogni onesto “Medicine Show” poteva proporre.

Un rock metamorfico, che di volta in volta diventa blues, bluegrass, country, folk, musica da camera. In scaletta ci sono ben 26 canzoni; spesso grandi canzoni, che ci risuonano Jack White 02nella mente per un riff, per un verso per una distorsione al gusto di Orange. Quando il gioco funziona -e lo fa più spesso di quanto si potrebbe pensare- ritrovano una propria dimensione di virginale originalità  (White Moon, Carolina Drama, Machine Gun Silhouette...), quando va male, sembrano brogliacci di malacopia necessari per arrivare ad una versione definitiva. “Questa, come la Grinnin’ In Your Face di Son House, è musica allo specchio; il cantante parla a se stesso, cercando di dirsi tutta la verità” lo scrive addirittura Greil Marcus nelle note di copertina al disco. Eppure la raccolta è solo apparentemente antidivistica, ed anzi nelle mani di Jack riesce a diventare l’esatto opposto, cioè una celebrazione che un grande autore fa a se stesso, senza boria, senza supponenza ma certo con compiacimento. Un autore che troppo spesso si ricorda solo per i pantaloni rossi e la Jack White 03t-shirt bianca. O peggio, dalle nostri parti, per un becero “po-popopopo-po”. Per appassionati (degli Stripes, dei Raconteurs, dei Dead Weather... che insomma è poi la stessa cosa) ma non solo. Anzi, potrebbe pure essere un buon punto di partenza per scoprire di nuovo, o scoprire per la prima volta, una bella discografia. 

 

Voto: 7.5/10
Giovanni Capponcelli

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