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6 luglio 2014 , ,

Hauschka

ABANDONED CITY

2014 - City Slang/Temporary Residence
[Uscita: 18/03/2014]

hauschkaA volte nei riguardi di un’artista si è più curiosi di sapere “con cosa suonerà” piuttosto che conoscere “che cosa suonerà”. È il caso di Hauschka, l’artista tedesco che dal 2005, con un cd dall’eloquente titolo “The prepared piano”, ha iniziato ad esplorare le infinite varianti timbriche che si possono ottenere integrando al pianoforte una gamma di materiali pressoché infinita: mollette che bloccando le corde creano suoni percussivi utilizzabili per dar vita ad elaborate ritmiche, palline da ping pong che rimbalzano tra una corda e l’altra aggiungendo armonici e note dai suoni metallici, tutto è adoperabile per sorprendere l’ascoltatore. Il percorso che compie il pianista nato a Kreuztal lo porta a distinguersi dal resto dei compositori classici contemporanei: difatti inizialmente Hauschka suona rock militando in diverse band liceali e raccoglie il suo primo successo con la canzone  Love and pain, composta nel progetto hip hop che per breve tempo porta avanti con suo cugino. Dopo questo esperimento si dedica a tempo pieno al pianoforte, senza dimenticare però le sue esperienze precedenti. Questo mix di elementi lo porterà sempre più a proiettare la sua musica verso uno stile a dir poco unico, mescolando melodie e andamenti classici con ritmi e arrangiamenti elettronici. Con il suo ultimo album, intitolato “Abandoned city”, Hauschka mette a frutto tutte la sue conoscenze e realizza un’opera che riassume e nello stesso tempo porta avanti di un passo la sua ricerca. L’intero disco si basa sul pianoforte, il quale, per tutta la durata dell’opera, recita un monologo “interpretando” più voci.

 

Sono voci volutamente ripetitive, che si sovrappongono via via che si evolve la canzone, una serie di loop che tessono in ogni melodia un ambiente sonoro che prende lentamente, nel corso di ogni brano, una forma sempre più concreta; ma puntualmente la tangibilità vera e propria sfugge, nascosta da un massiccio uso di riverbero ed eco, una soluzione che sicuramente riesce a dare un’anima ad un disco che certe volte tende a diventare troppo asettico e meccanico, ma a volte si rivela uno stratagemma che sfugge di mano e rischia di confondere le idee a chi ascolta. Senza dubbio, comunque, l’effetto derivante dall’uso che viene fatto dei loop e degli effetti è a dir poco suggestivo: rispecchia fedelmente il titolo, una città abbandonata, senza anima, dove sono rimaste solohaushcafoto infrastrutture decadenti prive di voci umane che la popolino, di sentimenti che la colorino. Un ambiente ostile ben rappresentato dalle note ripetitive e dalle melodie romantiche tipicamente tedesche, un paesaggio dove l’unica presenza che riesce a dare un’apparente vita al terreno è il vento, ben rappresentato dagli effetti sopra accennati di riverbero e di eco. I  punti di forza più rappresentativi dell’intero album sono la traccia di apertura, Elizabeth bay, un esordio dai risvolti horror il cui inizio deciso e minaccioso spiega meglio di mille parole lo stato d’animo delle composizioni che lo seguiranno, e Thames town, una traccia dal ritmo ipnotizzante, un groove con evidenti radici africane che fa da base ad una modulazione armonica che ogni tanto compare con discrezione, avvolta da tonnellate di riverbero.

 

I momenti più emozionanti li troviamo nelle due tracce più quiete dell’album.Who lived here? è una struggente melodia accompagnata dalla drammatica cadenza degli archi (simulati dal piano o reali? una delle tante domande che accompagnano i suoni del disco), che acquista maggior pathos dal contrappasso che compie con le canzoni che la precedono, tutte orbitanti intorno a ritmi nevrotici ed alienanti. Barkersville, forse il momento più emozionante del cd, è un’aria dal mood più vicino al Regno Unito che alla Germania, una traccia che può richiamare i Radiohead soprattutto nel passaggio che viene compiuto durante lo special da una scala minore ad una maggiore, una variazione azzeccata che dà alla canzone un aspetto molto particolare, nonostante la struttura convenzionale. Unici due punti deboli del cd sono Pripyat e Agdam: quest’ultima in Screen-Shot-2014particolare appare decisamente fuori luogo, soprattutto il piano iniziale, caratterizzato da una melodia allegra che crea un’imbarazzante sensazione nell’ascoltatore, simile a quella che si può provare quando una persona che non ha idea di come si rida tenta di fare un sorriso maldestro e tutt’altro che allegro. Le influenze techno di Hauschka in quest’ultimo cd emergono senza mezzi termini, ed offrono una ricercata musica elettronica basata sull’uso di strumenti analogici. Il risultato in alcuni punti non è ancora maturo, e in certe parti si può trovare un abuso dei loop, rendendo taluni passaggi ingessati in schemi che risentono probabilmente di un’eccessiva sicurezza dei propri mezzi, ma senza dubbio Hauschka dimostra che il suo percorso non è in battuta d’arresto: riesce con questo disco ad emanciparsi da riferimenti fin troppo frequenti alla musica contemporanea e a far emergere uno stile personale tanto carismatico da poter essere considerato un vero e proprio marchio di fabbrica.

Voto: 7/10
Lorenzo Berretti

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