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31 agosto 2015 ,

Surfer Blood

100 PALMS

2015 - Joyful Noise Recordings
[Uscita: 12/05/2015]

Stati Uniti    

 

Surfer Blood – 1000 Palms (2015) @320 ReceSurfer Blood sono una band di sfigati. Al cantante Jean Paul Pitts è stato imputato il reato di violenza domestica, due anni fa, a seguito della denuncia presentata dalla sua ex ragazza. Le accuse sono poi cadute, ma il danno d'immagine non ha certamente giovato alla carriera del quartetto di West Palm Beach (Fl). Recentemente al chitarrista Thomas Fekete è stata diagnosticata una rara forma di cancro all'addome, che l'ha costretto a richiede ai fans il supporto finanziario per fronteggiare le spese mediche necessarie per la chemio ed i trattamenti del caso. Pitts è un cantante paffuto e goffo, che ha ereditato l'ugola di Ian Masters dei Pale Saints, fautore di una musica con marcate assonanze a canoni inglesi. Gli Smiths sono un evidente riferimento, ma i Surfer Blood hanno comunque l'intelligenza di usare timbri differenti e arrangiamenti più briosi e quando, come in Island, e Feast/Famine, le aspersioni mancuniane sono smaccate, mimetizzano le fonti d'ispirazione con soluzioni stilistiche permeate di sensibilità esecutiva tipicamente a stelle e strisce che, però, non snaturano le atmosfere sonore incorniciate nell'aura di malessere interiore. Si tratta di una scrittura pervasa da una forza spirituale introspettiva di chitarre e melodie evanescenti, fino a mitigare le fredde nebbie del nord dell'Inghilterra con intuizioni Weezer ed aperture melodiche con la voce ben attenta ad evitare di contorcersi su se stessa, nelle pose tipiche del piagnone di Manchester. 

 

Pitts ha un modo di cantare derivativo quanto si vuole, ma anche capace di saltellare sulle note simile ad una tavola  da surf sul magma musicale. A volte si lambiscono i territori di gruppi insospettabili come gli scozzesi Alterated Images, ma in sostanza il tono complessivo del lavoro, pur mostrando limiti di personalità, è godibile e piacevole nel suo confondere le carte dell'ispirazione. Tre album realizzati con tre diverse etichette blooddiscografiche in cinque anni, dall'inizio di "Astro Coast" uscito per la Kanine Records di Brooklyn, poi la Warner Bros per il successivo "Pythons", per ritornare, a seguito delle deludenti vendite, al circuito indie accasandosi, per "1000 Palms", con la eclettica Joyful Noise Recordings. Sfortunatamente tutti questi cambiamenti non hanno contribuito ad attribuire al suono del quartetto la qualifica d'indimenticabile. Quest'album suona come il tentativo di quella che era, qualche anno fa, una vera promessa del circuito alternativo di eseguire un compitino scontato, realizzato al riparo totemico delle proprie consuetudini, lontano da qualsiasi idea di sperimentazione o innovazione. La fuoriuscita dalla major ha permesso ai ragazzi della Florida di ritornare alla più consona estetica "Do It Yourself", registrando nelle cantine dei genitori o nelle proprie camerette, ore trascorse a ribadire e, forse, tentare di rifondare lo slackner rock degli esordi. Grand Inquisitor apre il disco con soluzioni musicali di sinfonia lo-fi, ben presto mutate in cimbali che si scontrano con sci-fi synths increspandosi in riflessioni astratte che sentono Pitts cantare "Walk right in, you smell like tea and flowers, where have you been?". 

 

Island è una gradevole canzone che mischia twang guitar a soffusi ritmi surf carichi di eco ed aspettative, a rincorrersi alti all'interno di voci melodiose di grana up tempo, rimbalzanti entro cavità oscure, ma rassicuranti nella consapevolezza di dirigersi, in ultima analisi, verso il sole che splende al di fuori. Feast/Famine ha un piglio soleggiato e ottimista, che incontra la propria nemesi specchiandosi nell'affresco delle idiosincrasie e nevrosi di Pitts blood1che canta "People ask me, ‘J., why do you let things get to you?’ / Like earwigs on a plant, like pebbles in your shoe" confessando, più tardi, "Sometimes I feel out of touch with who I am". Le assonanze con Tomorrow At This Time dei Kinks sono imbarazzanti. Point Of No Return rimbalza abbastanza piacevolmente, stratificazione scintillante di chitarre riverberate su un insistente rullo di tamburo staccato. "I have to ask, what does it take for us to make sense of these hieroglyphs?" Si chiede Pitts. Queste due canzoni suonano come l'equivalente sonoro di un sorriso falso, intonacato sul volto di chi lo indossa fino a quando, a forza di esibirlo per finzione, inizia realmente a farlo sentire meglio. Pitts scandaglia le profondità del proprio animo inquieto, mettendoci molto del suo per attribuirsi una serie di colpe senza ricorrere a facili vittimismi, non riconoscendo nessuna colpa se non la propria, quasi a mostrare come sia rimasto profondamente turbato e pentito dalle scioccanti esperienze personali degli ultimi due anni. Le spiagge della Florida sono spots mediocri per surfare. Questo disco può essere piacevole da ascoltare tra una corsa e l'altra, ma quando si scruta l'orizzonte alla ricerca di onde ed il mare è una tavola da biliardo, questa musica può facilmente aumentare il livello d'irritazione.

 

Voto: 7/10
Francesco Belli

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