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11 gennaio 2012

Vedere il cinema – La proposta immaginifica di “Inland Empire” sei anni dopo

David Lynch

2006 - USA

In questo momento in cui il nome di David Lynch è nelle orecchie di tutti grazie all’uscita del suo primo vero album ufficiale “Crazy Clown Time”  facciamo un salto indietro di sei anni, a quando quel nome era invece sulla bocca di tutti per l’uscita del film più complesso e controverso della sua filmografia “Inland Empire”. A tutt’oggi, e sono passati sei anni, “Inland Empire” (rigorosamente tutto maiscolo come vuole il regista) è l’ultima fatica del cineasta americano già autore di capolavori quali "Eraserhead", "Blue Velvet", "Cuore selvaggio", "Mulholland drive" e molti altri che sarebbe troppo lungo elencare. Chi, nel 2006, pensò di andare a vedere un film restò irrimediabilmente deluso (mezza sala uscì prima della fine durante la proiezione a cui assistetti io), infatti “Inland Empire” non è un semplice film, ma una visione catartica che travalica ogni ordine costituito della cinematografia fino ad oggi conosciuta. E’ un’immersione totale nella coscienza degli spettatori e nella storia del cinema, un perdersi nei meandri di immagini inaspettate e insospettabili, è il CINEMA! Ed io al contrario di chi abbandonò la sala a metà film sarei tornato a vederlo il giorno dopo. “Inland Empire” è un rarissimo caso di perfezione cinematografica, un film in cui non c’è nulla di sbagliato, dove non c’è un fotogramma superfluo, una frase di troppo, una scena casuale.

 

Girato con tutte le varie tecniche di ripresa e di stampa a disposizione di chi opera nel cinema (anche questo a confermare la storicità dell’opera), dalla macchina a spalla, al digitale, passando per la normale pellicola, la storia si dipana per quasi tre ore, ora con un ritmo incalzante, ora più blando ma senza mai far calare l’attenzione dello spettatore. Girato anche con una piccola videocamera da pochi soldi “Inland Empire” è l’esempio di come si possa fare grande arte solo col talento e la creatività seguendo (in)consapevoli dettami punk e quelli affermati da Magritte quando diceva che la mancanza di tecnica e di mezzi creano lo stile. Accompagnato da una colonna sonora perfetta, mai invasiva e assolutamente composita (Angelo Badalamenti, Beck, Nina Simone e lo stesso Linch) “Inland Empire” è, almeno finora, il miglior film sul cinema mai realizzato, anche se questa definizione risulta riduttiva davanti all’immensità di una storia surreale, onirica e introspettiva, che propone vari livelli di penetrazione nella narrazione filmica. Fin dalla prima inquadratura, un salotto notturno illuminato da una luce fioca e azzurrognola ripreso di sghimbescio, si capisce all’istante di trovarsi davanti a un film di Linch, tanto la cifra stilistica di questo autore, che riconduce alle atmosfere ovattate e sognanti di "Twin Peaks" o di "Fuoco cammina con me", è riconoscibile. E infatti nel film ci sono tutti i topoi del regista americano innovati da una creatività superlativa che esplode fin dai primi minuti.

 

Laura Dern, attrice feticcio dell’autore, è straordinaria: in scena dal primo all’ultimo fotogramma, interpreta “tutte” le donne che si siano mai viste al cinema: la moglie, l’amante, la puttana, la madre, la non più madre, l’assassina, l’assassinata, cambiando faccia e linguaggio a seconda della situazione e dei personaggi interpretati, sottoponendosi a estenuanti e implacabili primissimi piani che riempiono interamente lo schermo mostrando impietosamente anche il più piccolo brufolo. Così come sono bravissimi tutti i comprimari (Jeremy Irons, Justin Theroux, Julia Omond ) tra cui spicca un immenso Harry Dean Stanton ("Paris Texas" di Wim Wenders) che si vede poco ma quanto basta per lasciare il segno, con quella faccia vissuta che più invecchia più diventa “bella” e interessante. La direzione di Lynch è virtuosistica e virtuosa al tempo stesso; si nota la ricerca stilistica ma al contrario di quella di tanti avanguardisti improvvisati, non infastidisce e si fa apprezzare. La storia -  un incubo surreale sulla realizzazione di un film che procede per incastri tra realtà e finzione nella scatola cinese in cui sia la protagonista del film stesso, (quello della finzione della finzione), sia lo spettatore si “perdono” confondendo verità e recitazione -  poteva prestarsi facilmente a una soluzione di immagini fini a se stesse, cosa che invece non accade, tanto il tutto è funzionale a una visione che racchiude in sé armoniosamente diversi generi cinematografici: dal thriller al musical, dal dramma psicologico, al B movie horror, giungendo fino a momenti di tragedia greca come mi hanno fatto pensare le puttane che in diversi momenti della storia parlano tutte insieme con la protagonista ricordando i corifei del teatro greco. 

 

“Inland Empire” è il film di cui si sentiva la mancanza. Una pellicola da mandare nello spazio per mostrare agli alieni cos’è il cinema terrestre. Quest’ultima opera di Lynch, che mi piace pensare sarebbe piaciuta a Federico Fellini, non ha incontrato certo i favori degli spettatori più tradizionalisti e intransigenti, che troppo hanno cercato (inutilmente) di capire l’incapibile. “Inland Empire” è per il cinema quello che sono i tagli nella tela di Fontana per la pittura, quello che per la musica possono essere i drones ossessivi e ripetuti di La Monte Young, o i quattro minuti di silenzio di John Cage, o le installazioni di Damien Hirst per la scultura. Solo che questo film è molto più divertente. Per il sottoscritto  è uno dei film più importanti (insieme a "Dogville" di Lars Von Triars) degli ultimi anni, un magnifico esempio di cosa sia il cinema attuale, un labirinto di perdizione dove ci si smarrisce e ci si deve smarrire accantonando la ragione, fotogramma dopo fotogramma, senza lynchpostulare una via d’uscita ma dando il potere all’immaginazione:  dove naufragare è dolce in questo mare di immagini nette e sgranate, di ripetizioni percettive (quante sono le innumerevoli porte che si aprono e si chiudono?), di dialoghi -  tra cui quello strepitoso delle due donne clochard sul marciapiede, mentre la protagonista sta morendo agonizzando in mezzo a loro -  e di musiche caustiche e insospettabili. Tutti elementi che creano un’opera d’arte affascinante e complessa che decreta una volta di più che David Lynch, l’uomo che ha come soprammobile l’utero di una sua amica in formalina, è l’ultimo e unico genio cinematografico dei nostri tempi.

Maurizio Pupi Bracali
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