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13 marzo 2015

Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza

Roy Andersson

2014 - Svezia, Norvegia, Francia, Germania - Sceneggiatura: Roy Andersson - Fotografia: Istvan Borbas e Gergely Palos - Montaggio: Alexandre Strauss - Cast: Holger Andersson, Nils Westblom, Charlotta Larsson, Viktor Gylenberg - Durata: 101 min. - Uscita italiana: 19 febbraio 2015

Nel 2014 per la prima volta nella storia un film svedese si è aggiudicato il Leone d’Oro quale miglior film in concorso al Festival cinematografico di Venezia: Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza di Roy Andersson (titolo che l’autore ha preso da un dipinto di Brugel il Vecchio). L’opera rappresenta il capitolo conclusivo (iniziato nel 2000 con Songs from the second floor e proseguita nel 2007 con You, the living) di una trilogia "sull’essere un essere umano". In apertura due anziani signori visitano un museo che custodisce, sotto vetro e impagliati, uccelli, scheletri di dinosauri e un piccione, appunto seduto su un ramo; subito dopo i titoli di testa Andersson realizza tre strepitose scene di morte: nella prima un uomo collassa mentre cerca di aprire una bottiglia di vino (vediamo la moglie in profondità di campo che, intenta a preparare la cena, non si accorge di nulla); in una seconda inquadratura tre figli accorrono al capezzale della madre morente aggrappata ad una borsa contenente i suoi risparmi e i suoi gioielli (borsa che i figli cercano di sottrarle a tutti i costi in un’esilarante “assedio al letto d’ospedale”); nella terza e ultima rappresentazione di un decesso siamo al bar di una nave (con una fotografia che ricorda un noto dipinto di Hopper) dove un cliente che ha appena ordinato il pranzo, giace esanime a terra (il “problema principale” per la barista consiste nel cercare qualcuno disposto ad usufruire di un panino ai gamberetti con birra “già pagati”).

 

Una narrazione lenta e ostica, intessuta in 39 piani sequenza (con movimenti di macchina completamente azzerati), simili ad altrettante tavole pittoriche, che si susseguono e si rincorrono senza apparente soluzione di continuità, ma nelle quali accade tutto ciò che interessa ai fini del racconto (riprendendo in ciò la lezione di certo cinema muto). In questo surreale (o sul reale?) viaggio tragicomico lo spettatore viene guidato da Sam e Jonathan, due strampalati venditori ambulanti di vetusti giochi carnevaleschi ("perché ridere fa bene e noi vogliamo aiutare la gente ad essere più felice" dichiarano agli eventuali clienti i due). Chi conosce Aki Kaurismaki troverà delle assonanze tra il suo cinema e questo film, soprattutto per quanto riguarda la recitazione monocorde degli attori (nessuno dei protagonisti ride mai ed è fisicamente rassegnato alle incontrollabili re(l)azioni umane) e per l’assoluto “anacronismo” degli ambienti: potremmo essere negli anni ’40 o ’50 o qualsiasi altra decade del ‘900; l’uso del telefonino è l’unica traccia che ci riporta alla nostra epoca. Ma Roy Andersson, rispetto al regista finlandese, compie un ulteriore passo in avanti riguardo all’inutilità dei dialoghi spesso banali e vuoti degli esseri umani (diversi personaggi ripetono al telefono: "Mi fa piacere sapere che state tutti bene”; oppure il capitano di marina che raccontando un fatto accadutogli pronuncia il suo "naturalmente” all’infinito) e anche per l’uso del cerone bianco, mutuato dai mimi e dalle prime comiche, impresso sul viso degli attori principali.

 

Gli esseri umani, esattamente come gli animali impagliati di inizio film, sono chiusi in delle gabbie, rappresentate di volta in volta dalle abitazioni, dall’ospizio di Sam e Jonathan, dalla locanda o da un bar; solo le scene più “riconcilianti” col mondo sono girate in esterno: due bambine con le bolle di sapone, una mamma sulla panchina col suo bebè, una coppia di giovani sulla spiaggia. Se, come ritiene lo stesso regista, è vero che Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza è un’opera comica, con momenti davvero esilaranti, il film parla anche di morte, è pervaso da una grande nostalgica amarezza (mirabilmente rappresentata dalla canzone ascoltata da Jonathan sull’incontro nell’aldilà coi genitori), da una forte “moralità” e da una spiccata consapevolezza del ruolo nefasto della nostra civiltà occidentale sulla storia dell’umanità. A questo proposito sono da sottolineare le tre incursioni della "grande storia”: nell’unico flashback, ambientato nella Locanda di Lotte la zoppa durante il 1943, i militari senza soldi pagavano "il bicchierino con un bacino”, mentre un giovane non dichiara il suo amore per Lotte e "resta" seduto al tavolo della locanda fino alla vecchiaia; inoltre in una straordinaria inquadratura corale in cui il 1700 "incontra” i nostri giorni, assistiamo ad un improbabile marcia dei militari svedesi in guerra contro la Russia guidati da un effeminato re Carlo XII che si ferma a bere al bar (nel momento in cui i "nostri” personaggi-guida cercano di vendere le loro maschere e i loro dentoni finti). In precedenza gli sgherri del Re avevano cacciato le donne dal locale e “frustato per punizione” un giocatore d’azzardo: forse il regista svedese vuole provocare lo spettatore sull’agognata parità tra i sessi che nel corso del tempo non è cambiata molto.

 

Farsa e comicità dell’assurdo lasciano il posto, nell’ultima messa in scena storica, solo allo sgomento e all’angoscia che ci opprimono al cospetto dei genocidi continuamente perpetrati dalle nazioni ricche a discapito del "terzo mondo”, conducendoci davanti ad un macchinario infernale nel quale i militari (appartenenti agli imperi coloniali inglesi, francesi o spagnoli, ecc.) introducono degli schiavi neri legati tra loro e successivamente bruciati. Il raggelante coro di grida emanato dagli oppressi e sfruttati fratelli (?) neri viene osservato e ascoltato da un gruppo di vecchi orrendi, putrefatti e mummificati (tutta la nostra agonizzante "democrazia” europea macabramente messa in mostra) che sorseggiano tranquillamente dello champagne (versato loro da uno dei nostri venditori ambulanti). Subito dopo Jonathan racconta al suo amico di un sogno terribile ma che sembrava “così vero” e chiede più volte al portiere dell’ospizio: "Perché per essere felici bisogna sfruttare gli altri”? In due dei capitoli conclusivi la frase “Mi fa piacere sapere che state tutti bene” viene scandita al telefono persino da un ricco anziano intento a suicidarsi e da una dottoressa mentre una scimmia (finta e ricostruita in digitale) viene sottoposta a crudeli esperimenti. L’ attuale crisi è anche morale, non solo economica, come dimostra ancora un cliente della locanda: "Sono stato sempre egoista nella mia vita. Perciò sono così infelice”. Nel finale la tensione si attenua e ripiombiamo nella farsa: dopo lo splendido amoreggiare di due giovani in spiaggia, alla fermata del bus un gruppo di persone discute sull’affermazione di un ciclista, "E così è di nuovo mercoledì”, quando uno di loro dichiara: "Eppure me lo sentivo come un giovedì”. In questa "riflessione sull’esistenza” costituita da immagini che "parlano”, le parole seppur apparentemente stupide e insignificanti (ma che sono quelle maggiormente utilizzate da ognuno di noi), acquistano un ruolo filosofico determinante per comprendere una messa in scena e un mondo in cui tutti possono ritrovare tracce delle loro tristi/felici esistenze, mentre la Storia compie il proprio devastante percorso.

 

Roy Anderrson ricevendo il premio a Venezia ha dichiarato il suo amore smisurato per il nostro Neorealismo e per Ladri di Biciclette in particolare, sostenendo di ispirarsi a quella stagione, pur con uno stile registico totalmente diverso. L’autore che si colloca nel solco del grande cinema d’autore europeo, quando negli anni ’60 studiava presso la scuola di regìa di Stoccolma, veniva spesso rimproverato dal suo ispettore scolastico, un certo Ingmar Bergman, il quale lo accusava di filmare troppo materiale politico (manifestazioni contro la guerra in Vietnam ecc.). Il maestro svedese lo ammoniva: "Se continui a fare film su cose politiche non farai mai un lungometraggio”; ma Anderrson ha ricordato che lui "non aveva paura di Bergman” e che alla lunga avrebbe vinto la sua battaglia; i fatti gli hanno dato ragione. "Possono esserci delle analogie tra il mio cinema e il suo”, ha aggiunto il regista, “ma Ingmar non aveva umorismo: questa è la più grande differenza”. Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza è da non perdere per chiunque apprezzi il cinema d’autore tout court; per gli indefessi della trama “sempre e comunque comprensibile” è meglio dedicarsi ad altro. Forse.  

Gaetano Ricci

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