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13 marzo 2012

Mother of Rock: Lillian Roxon

Paul Clarke

2010 - Australia - 2012 Italia

Lowlands Media (Documentario, 74’, uscita in Italia: 20 febbraio 2012)

 

Lillian Roxon, per come l’ho ‘conosciuta’ attraverso “Mother of Rock”, era innanzitutto una persona indomita, naturalmente portata a non riconoscersi in nessun dogma, troppo angusto per la sua lungimiranza. Una donna curiosa, sia come attitudine verso le dinamiche dell’accadere, sia proprio come caratteristica personale: spesso del tutto scontornata dall’ambiente circostante, non fumava, non si drogava e beveva raramente, semplice, praticamente sciatta o caricaturalmente femminile, nella sua pingue spontaneità, con quell’espressione vispa sul volto, nelle foto del periodo pare volerti invitare alla festa. Espressione rimasta una costante dal principio alla fine della sua storia, quella di quando era bambina. Un’esistenza quasi nettamente divisa in tre continenti: l’infanzia europea, nacque in Liguria, ad Alassio, nel 1932 da genitori ucraini presto fuggiti in Australia per sottrarsi alle persecuzioni fasciste, in quanto ebrei.

 

Qui frequentò l’università, iniziò a scrivere i primi articoli per alcuni tabloid e prese parte al movimento subculturale dei Sydney Push che rigettava il perbenismo e l’autoritarismo degli anni ’50. Nel 1959 si trasferì in America dove maturò intellettualmente e iniziò ad ammalarsi d’asma. Lillian fuggiva dai preconcetti ma la fragilità umana l’ha sempre rincorsa e riacciuffata. Nonostante questo ha parlato di Beatles e Rolling Stones, si è precipitata a San Francisco immergendosi nel movimento hippie per documentarlo, ha frequentato assiduamente il club Max’s Kansas City di New York dove si ritrovavano Andy Warhol con gli amici della Factory, Lou Reed e i Velvet Underground e Jim Morrison; scrisse in maniera talmente personale di rock, da influenzare il modo di comporre testi delle stesse future star di cui parlava, fu amica stretta (e talvolta, in seguito, pure nemica) di molti artisti quali la fotografa Linda Eastman (poi moglie di Paul McCartney) e dell’autrice femminista australiana Germaine Greer, di David Bowie. Assistette alla nascita del punk, fu praticamente in grado di prevedere gli scenari attuali di produzione e fruizione della musica in maniera pressoché casalinga, autonoma.

 

Sempre a cavallo della storia culturale del rock, tanto da poterci scrivere un’enciclopedia: esattamente ciò che fece. Il documentario dell’esordiente Paul Clarke parla di tutto questo attraverso filmati, foto di personaggi e fatti dell’epoca, sovrapposti a registrazioni telefoniche della Roxon, piccoli intarsi di finzione e le testimonianze di alcuni suoi amici come Alice Cooper, i giornalisti Danny Fields, Lisa Robinson e un Iggy Pop particolarmente simpatico, coinvolto, in forma. Si sottolinea come sotto la faccia sorridente dell’America alla Happy Days covasse in realtà una profonda rabbia che non aveva voglia di mettersi la gonna a pieghe. E la Roxon l’aveva capito, così usò la sua vita per dare voce a quella controcultura rivoluzionaria. Una visione sicuramente consigliabile “Mother of Rock”, anche se a volte sin troppo compiacente nell’indugiare sui dettagli più sordidi dello star-system anni ’60.

 

Lillian Roxon morì sola, stroncata da uno dei suoi attacchi d’asma, il 10 agosto 1973, ancora giovane, come vuole un copione noiosamente noto; fu emblema di una delle contraddizioni che il femminismo spesso ancora non riesce a risolvere: quella di conciliare l’indipendenza delle proprie scelte con una dimensione relazionale sana. Diceva la fotografa Margaret Bourke-White: ‘una donna che vive una vita vagabonda deve essere capace di affrontare la solitudine, deve avere una stabilità emotiva … non devi fare richieste, gli altri devono avere il diritto alla libertà pari al tuo. Devi essere capace di affrontare le delusioni con generosità. Sei tu che fai le regole…’. Sagge parole, ma lei era una pioniera e una stoica che generò opere meravigliose. Non fu mai una madre.

 

 

 

Valentina Loretelli

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