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10 novembre 2018

Le Ereditiere

Marcelo Martinessi

Nelle sale italiane dal 18 ottobre 2018 - Paraguay

Orso d’Argento 2018 ad Ana Brun come migliore attrice

Premio Aldred Bauer 2018

Premio FIPRESCI Berlinale 2018

 

Titolo originale: Las Herederas (titolo internazionale: The Heiresse) - Cast: Ana Brun, Margarita Irun, Ana Ivanova, Nilda Gonzalez, María Martins  - Fotografia: Luis Armando Arteaga - Montaggio: Fernando Epstein - Suono: Rafael Alvarez (ripresa), Fernando Henna (edizione) - Genere: Drammatico – Lingua originale: Spagnolo, Guaraní – Paesi coproduttori: Uruguay, Brasile, Germania, Norvegia, Francia - Distribuzione italiana: Lucky Red - Durata: 95 minuti. 

 

leereditiere_manifesto_web-310x443Definiremmo ‘stupefacente’ l’effetto del film “Le Ereditiere”, sia per lo stupore che produce e rinnova nel suo farsi dinanzi ai nostri occhi e alle nostre orecchie, sia per lo stordimento dell’assuefarsi al suo incanto. Sapere che si tratta di un’opera prima, esordio di un regista, Marcelo Martinessi, in un paese del tutto privo di una propria tradizione cinematografica, non può che aggiungere sorpresa allo stupore. E potremmo ancora aggiungere, per sottolinearne l’importanza, che ha scatenato nel suo paese scomposte reazioni perbeniste, essendo il racconto di una coppia lesbica. In realtà faremmo un torto al film che, al contrario, evita nel modo più assoluto di proporsi come film di genere, e non indugia un solo secondo sulle problematiche sociali dell’omosessualità. Tanto che molti recensori italiani sono restati indecisi se descriverla come storia di una coppia lesbica o di una semplice convivenza tra donne. Eppure il desiderio femminile e la sua fragilità sono il tema centrale del film, su cui si costruisce anche il plot narrativo.

 

Una storia di donne

FOTO_1_AnaBrun+MargaritaIrunChela (Ana Brun) e Chichita (Margarita Irun, alla guida, nella foto insieme) sono due donne di mezza età che stanno vivendo un grave momento di crisi finanziaria, costringendo Chela a liberarsi, non senza sofferenza, della sua eredità. Arredi e oggetti di valore di una casa, dove lei è cresciuta, testimonianze di un passato di agiatezza e privilegi borghesi. La sua compagna, Chichita, con cui convive da 30 anni, è più pragmatica, ma ha contratto tanti debiti da venir messa in carcere perché insolvente. Una circostanza che il film ci fa capire essere molto frequente in Paraguay. Delle due, Chichita è la più forte, tanto da temere per Chela, nonostante sia lei a finire in carcere. Infatti, rimasta sola, Chela si sente smarrita. I suoi riti aristocratici con Pati, la domestica guaraní (Nilda Gonzalez, in foto, insieme FOTO_2_AnaBrun+NildaGonzalezalla protagonista), sembrano sempre più simili a uno dei suoi cristalli in vendita, prossimo a frantumarsi. Il caso vorrà che Pituca (María Martins), una delle sue vicine benestanti, approfitterà della sua condizione per riceverne favori. Pur sapendo che lei non guida volentieri l’automobile le chiederà di essere accompagnata con l’auto di Chichita. Chela ha un codice di rispettabilità che le impedirebbe di prendere soldi, né tanto meno di lavorare, ma gradualmente questo codice viene vinto, finendo per fare da tassista a tutte le amiche benestanti della vicina. Conosce così una delle loro figlie, Angy (Ana Ivanova, in foto che FOTO_4_ana-brun-ana-ivanova-chela-angy-las-herederassorride alla protagonista), anche lei interessata ad avere dei passaggi in auto, ma al contempo affascinata da questa donna così mite e sensibile. Con Angy, Chela affronterà nuove sfide, guidando senza patente anche su autostrada, ma alla fine prendendoci gusto, e apprezzando quel minimo di sostentamento economico che quell’attività le dona. Pian piano questa apertura al mondo si trasformerà in un sentimento più forte. Se prima trovava insopportabile l’alito di Chela quando fumava o beveva troppo, ora con Angy prova lei a fumare. La assiste nelle sue fughe da un uomo FOTO_5_AnaBrun+AnaIvanova_sigarettaall’altro, sino a sentire in lei rinascere il desiderio. Un desiderio nuovo, insieme forte e delicato, e soprattutto paritario. Qualcosa che inizia ad allontanarla da Chichita, che comunque va a visitare regolarmente in prigione, dove la sua donna si muove con destrezza, anzi divertita delle sue nuove compagnie alquanto strane e dalle vite vissute. Una scaltrezza che a Chela inizia a interessare sempre meno. Fino a quando, una sera, Chela ospita Angy a FOTO_6_AnaBrun_visitaCarcerecasa, durante una pausa nel servizio di taxi. Ne nasce un momento di grande intimità emotiva e Angy le racconta della sua iniziazione al sesso, a 14 anni, con un giovane pescatore. Abbandonata da lui, sarà riavvicinata dalla sua nuova donna che le insegnerà, in un rapporto a tre, “tutto quello che so del mio corpo”. Questa frase suona per Chela come una confessione, che l’apre a una FOTO_7_AnaBrun_desideriodiAnanuova esperienza. Lasciamo ai lettori il piacere di scoprire cosa accade, se vedranno il film. Ci limitiamo a dire che quando Chichita tornerà a casa non ritroverà più la sua Chela, e forse nemmeno la sua auto. Solo quel che resta della sua eredità. Una eredità di cui liberarsi.

 

 

 

Una regia magistrale

leereditiere_manifesto_internazionaleLo stupore è dovuto alla regia, sia per la direzione degli attori sia per l’uso della macchina da presa. John Ford agli studenti dell’Università di Southern California (Los Angeles) diceva che per fare cinema non serve imparare un'arte, quella è semplice, basta invece guardare gli attori. E piazzare la cinepresa sui loro occhi. Lì c'è tutto il film. I registi di oggi – era il 1970 - anziché guardare gli attori guardano la macchina da presa. Bella sfida per un regista che possiamo annoverare tra i grandi formalisti e non certo tra i cultori dell’incanto realista o della libera improvvisazione attoriale. “Le ereditiere” ci propone la stessa dicotomia. Da una parte alcune interpreti con pochissima esperienza, o di cui almeno non troviamo traccia nei bollettini cinematografici e televisivi, che non sembrano affatto recitare. Dall’altra una composizione formale del film di enorme cura e raffinatezza. Lo possiamo guardare come se fosse il semplice gesto di aprire una finestra, scoprendo un mondo che si fa fatica a pensare possa essere (ri)costruito, tanto è naturale il suo apparire. Ogni personaggio diventa persona, nemmeno un documentario può aspirare a tanto. Con pochi tratti, siamo di fronte a qualcuno che è semplicemente vero e non solo veritiero. FOTO_8_Margarita-Irun_CarcereContemporaneamente, ci costringe a indugiare sulle immagini, ora cercando chi sta parlando o da dove provenga un suono (come nella scena in carcere, nella foto), ora volendo sbirciare oltre una soglia, o spostare una porta o desiderare che l’attrice faccia un passo avanti. Tutto frutto di una calcolata regia. La macchina da presa è sempre su cavalletto, ferma, ma mai banalmente opposta alle cose, sempre creatrice di una complessa stratificazione di spazi. Spazi che respirano del tempo necessario per essere attraversati, contravvenendo FOTO-9_AnaBrun_casavicine2con una sapienza inusuale a tutte le regole della continuità, elette a linguaggio cinematografico, ma che ne rappresentano solo la volgarizzazione e mortificazione. A cui Marcelo Martinessi si sottrae con una modernità che non possiamo nemmeno paragonare agli altri film sudamericani all’attenzione del pubblico in questi mesi in Italia, quali “Roma” di Alfonso Cuarón, molto più classico e misurato, o “Museo - Folle Rapina a Città del Messico” di Alonso Ruizpalacios, pieno di sperimentazioni forse troppo dichiarate. Quella di Marcelo Martinessi resta invece sotto pelle, lasciando all’evidenza il posto d’onore. Solo quando il film conosce il suo climax, dopo la rivelazione di Angy a Chela, la macchina da presa si sgancia dal cavalletto, diventa nervosa, pedina il personaggio principale, alle sue spalle o in semi soggettiva. Sino all'epilogo, quando torna a fermarsi e si chiude questo momento di slancio, perché quel momento era di sofferenza, mentre la libertà conquistata è serenità d’animo.

 

Un cinema oltre il genere

Il regista (nella foto sotto)  dichiara di essere stato cresciuto solo da donne, e di aver così acquisito questa straordinaria sensibilità a descriverne i loro piccoli moti d’animo. Al contempo dichiara, non giovanissimo, 45 anni, di aver amato il cinema di Rainer Werner Fassbinder. Impossibile, così, non ricordare due kammerspiel del regista FOTO_10_MarceloMartinessitedesco, “Le lacrime amare di Petra Von Kant” (1972), per la dinamica dell’improvviso abbandono, ma soprattutto “La paura mangia l'anima” (1974), con l’amore dell’anziana Emmi per il giovane marocchino Alì, come Chela per Angy. Come in Fassbinder anche qui l’omosessualità non è una condizione da indagare, quanto uno scenario di affetti e desideri libero di essere indagato senza trasformarsi in una gabbia di ‘genere’. Una bella soddisfazione per il regista aver fatto un film così intimo e poco dichiarativo che invece è stato accolto come uno scandalo nel suo paese. Anche per questo “Le ereditiere” si presta a essere letto anche come metafora sulla condizione di latente oppressione del Paraguay. Un paese che fa fatica a liberarsi della sua ingombrante eredità di 35 anni di dittatura militare. Troviamo conferma di questo nella biografia del regista.

 

L’esordio annunciato di un regista scomodo

Meritatissimo quindi il premio ricevuto alla Berlinale con l’Orso d’argento per la migliore attrice alla protagonista del film Ana Brun (nella foto mentre sorride stringendo il premio) e al film con il Premio Aldred Bauer (storico del cinema e direttore del FOTO_11_PremiBerlino_AnaBrunOrsodOroAttriceFestival di Berlino per 26 anni, dal 1951) per le opere che «aprono nuove prospettive sull'arte cinematografica», oltre che il Premio Fipresci della stampa internazionale. L’anteprima il 7 Aprile del film in Paraguay doveva essere una festa per una vittoria che aveva visto per la prima volta un artista nazionale al fianco di star internazionali in uno dei più importanti festival del mondo. La festa c’è stata, con un assalto di gente colorata e artisti esclusi solitamente dai grandi galà, ma in Senato al momento di dover onorare questo successo gran parte dei deputati conservatori hanno abbandonato l’aula e durante l’anteprima associazioni di omosessuali e associazioni cattoliche si sono contrapposte con striscioni di protesta, chi contro il film chi contro le leggi omofobe (come per esempio il divieto in carcere di visite per i compagni o le compagne di detenuti omosessuali, e non a caso nel film Chela dichiara di essere una parente di Chichita).

 

In realtà questo esordio non viene dal nulla e Marcelo Martinessi non è personaggio sconosciuto nel suo paese. Come regista era già stato notato alla stessa Berlinale nel 2011 per il suo secondo cortometraggio, “Calle última”, girato con i bambini che vivono nelle strade di Asunción, capitale del Paraguay, dove anche “Le Ereditiere” è ambientato. Nel 2016 è il vincitore della sezione cortometraggi di Orizzonti della Mostra di Venezia con un film di undici minuti, “La voce perduta” (titolo originale: “La voz perdida”). Un documento di accusa sulla strage di contadini guaraní, nel 2012 a Curuguaty. In quel massacro perdettero la vita undici campesinos e sei agenti di polizia, ma l’esito fu il colpo di stato che portò alla destituzione dell’ex vescovo cattolico Fernando Lugo, il primo presidente eletto, nel 2008, con libere elezioni. L’unico tentativo precedente di elezioni democratiche c’era stato nel 1988, ma s’era trasformato in una farsa, con l’arresto prima del voto di centinaia di esponenti politici. Marcelo Martinessi fu particolarmente legato a Fernando Lugo, che nel 2010 lo volle per creare e dirigere la prima televisione pubblica del paese, incarico che il regista abbandonò dopo il colpo di stato. Ritornato all’attività artistica, dopo il premio a Berlino, viene scelto nel 2014 sia dal Film Lab del Festival di Torino sia dalla Résidence del Festival di Cannes  per lo sviluppo della sceneggiatura di “Le Ereditiere”. Un film per il quale il regista ha dovuto costruire un pacchetto complesso di coproduzione, che va da altri paesi sudamericani, come l’Uruguay e il Brasile, a paesi europei come la Germania, la Norvegia, e la Francia, che del film ha i diritti di distribuzione internazionali.

 

Le nuove leve del cinema sudamericano

Non ci sono dubbi ormai che il cinema sudamericano stia emergendo nel panorama internazionale, come non mai. Radici profonde che abbiamo potuto ammirare a Venezia nel biografico dedicato al primo regista brasiliano Humberto Mauro, o a Bologna con il film restaurati di uno dei padri del cinema messicano, Emilio Fernández. Sino ad oggi queste radici avevano dato nuova linfa al cinema americano, con registi come i messicani Guillermo del Toro‎, Alejandro González Iñárritu e il già citato Alfonso Cuarón‎. Oggi, sempre più, emerge una nuova leva di direttori di fotografia e tecnici del suono e dell’edizione, che ritroviamo a sostegno di nuovi registi, come gli ecuadoriani Sebastián Cordero Espinosa (nel 2004 con il film “Crónicas”) e Ana Cristina Barragán (nel 2016 con “Alba”, vincitore anche all’Étranger Film Festival di Gioia del Colle nel 2017). Ne troviamo conferma anche in “Le Ereditiere”. In particolare con Luis Armando Arteaga, cresciuto come assistente alla Camera in film di produzione francese (la Francia è tra i paesi coproduttori). Aveva già firmato la fotografia nel 2015 di "Vulcano (Ixcanul)", film guatemalteco Orso d’Oro al Festival di Berlino, di Jayro Bustamante, e nel 2017 di "La Familia", di Gustavo Rondón Córdova, opera prima venezuelana selezionata a Cannes per la settimana della critica. Due film che si erano fatti notare entrambi, ma con Le Ereditiere si ha una prova davvero eccezionale, in un sodalizio con la regia di Marcelo Martinessi che gli fa abbandonare colorismi e camera a spalla. Ogni inquadratura diventa una sfida e nulla appare dove ti aspetti, grazie anche al lavoro dell’editore del suono Fernando Henna. Una nuova leva di figure tecniche e artistiche, che fanno sperare in una solida affermazione del cinema sudamericano.  

 

Angelo Amoroso d’Aragona

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