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10 maggio 2018

Ermanno Olmi (1931 – 2018)

Un cinema tra trascendenza ed immanenza

2018 - Italia

olmidownloadCi ha lasciato il 5 Maggio 2018 Ermanno Olmi, all'età di 86 anni, senza clamore, quasi in punta di piedi, come la sobrietà delle sue pellicole. Era ricoverato da qualche giorno presso l'Ospedale di Asiago in provincia di Vicenza. Nato il 24 Luglio 1931 a Bergamo si trasferì poi a Milano per iniziare la sua avventura nel mondo della celluloide, dapprima come documentarista. La sua è stata una carriera sempre a lato dei riflettori, una scelta voluta,  di carattere, il divismo e la luci della ribalta non erano nella sua natura.

 

Il nostro ricordo vola ad un piccolo mediometraggio per la tv, “La cotta” (1963), un bianco e nero caldo e coinvolgente e la storia di una amore adolescenziale, sicuramente uno dei suo lavori minori (potrebbe affermare qualcuno) ma che la lascia travisare in maniera forte le peculiarità del suo cinema, costruito su esigui momenti, attimi, segmenti di vita reale. Una idea di cinema fatta di piccoli gesti, di gente comune, di aderenza al reale che ricorda la lezione di Pasolini. Con le pellicole “Il Posto” (1961), premio della critica alla Mostra del cinema di Venezia e “I Fidanzati (1963), presentato al Festival di Cannes, 14964giungono i primi riconoscimenti e la maggiore visibilità. I temi sono quelli a lui congeniali con il passaggio, ed i relativi conflitti, di un'Italia che transita da una civiltà prevalentemente contadina a quella operaia per giungere al benessere ed al boom economico.

 

Dopo una serie di lungometraggi di sicuro pregio sopraggiunge il progetto che riunisce tutte le sue ossessioni, “L'albero degli Zoccoli” (1978), che vince meritatamente la Palma d'oro al Festival Di Cannes. Il regista narra la storia di una famiglia dei primi del novecento nelle campagne bergamasche girata con attori non professionisti e rigorosamente in dialetto. Un vero atto di coraggio, un'estetica cinematografica che coincide con la realtà, che affonda le radici s-l300nell'immaginario e nei ricordi del cineasta, intriso di un cattolicesimo profondo e sentito. Cosi come “Centochiodi” (2007): entrambe le due opere interrompono il flusso narrativo, escono dalla volontà di raccontarci una storia per far parlare, con un approccio fenomenologico, le cose stesse, mettendo tra parentesi i pregiudizi culturali. Un ritorno alle origini, allo spirito documentaristico da cui era partito: la volontà di filmare la realtà. Risale invece al 2014 l’elegiaco “Torneranno i prati”, sua ultima pellicola.

 

Dopo la malattia, che lo tiene per diversi anni lontano dalla macchina da presa, ricordiamo due film in particolare: “La leggenda del Santo Bevitore” del 1989, Leone D'Oro a Venezia e “Il Mestiere delle Armi” del 2001. Entrambi sono segnati dai temi del peccato e della redenzione: film intimista il primo, con un Rutger Hauer in stato di grazia al di fuori dei Torneranno-i-prati2suoi soliti cliché, opera corale la seconda dotata di una forza espressiva inedita. Lo ricorderemo con gioia Ermanno Olmi, cantore delle piccole cose e sostenitore di un cinema intelligente e mai volgare. Ha saputo inglobare in sè diverse suggestioni: dal Neorealismo alla Nouvelle Vague fino a Robert Bresson per giungere alla sua idea di cinema sempre in conflitto tra finzione e realtà, tra trascendenza ed immanenza.  

 

Nicola Barin

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