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11 ottobre 2013

Due o tre cose su …

Carlo Lizzani

2013 - Italia

carlo lizzaniPreambolo: l’ombrello di mio fratello

La prima cosa che ci viene in mente ripensando a Carlo Lizzani è una scena de La vita agra”,  film tratto dal romanzo di Luciano Bianciardi. Un giovanissimo Enzo Jannacci canta L’ombrello di mio fratello  in un locale affollato e fumoso. Quel locale era il Bar Giamaica, baricentro della Milano intellettuale degli anni Sessanta (era il bar, oltre che di Bianciardi, di Ugo Mulas, Lucio Fontana, Enrico Baj, Camilla Cederna, Piero Manzoni, Dario Fo solo per citare alcuni degli avventori abituali). Quella breve sequenza, con Jannacci che canta di sottofondo ai dialoghi dei protagonisti del film, è straordinaria e significativa; coglie un ambiente, ne ritrae poeticamente i contorni e i contrasti. Non è solo un simpatico cameo di un giovane (e ancora poco noto) cantante, è la colonna sonora di un momento storico irripetibile.

 

Cinema e Neorealismo

Vita-agraMa chi era Lizzani, da dove veniva? La risposta è semplice, ma straordinariamente complessa, dal Neorealismo. Forse non tutti sanno che il Neorealismo nacque nei primissimi anni Quaranta – al di fuori del grande schermo – sulle pagine di una rivista il cui titolo era semplicemente Cinema. Diretta da Vittorio Mussolini (il figlio del duce che sognava e amava, non corrisposto, Hollywood) la rivista ospitò le firme dei maggiori cineasti e critici cinematografici dell’epoca, da Guido Aristarco a Ennio Flaiano, da Giuseppe De Santis a Michelangelo Antonioni, e, per l’appunto, Carlo Lizzani. Il Neorealismo nacque sulle pagine di Cinema non solo perché dalla redazione della rivista nacque, di fatto, “Ossessione”, considerato il primo film del nuovo genere (diretto da Luchino Visconti), ma anche e soprattutto perché all’interno di essa si sviluppò quel dibattito teorico che dal cinema cosiddetto dei “telefoni bianchi” approdò al neorealismo (e innescando quel corto-circuito per cui da una rivista di regime venne fuori il meglio del cinema militante italiano degli anni a venire). Il giovane Lizzani veniva daachtung-banditi quell’ambiente, aveva anzi contribuito a crearlo. Gli inizi sono da sceneggiatore, e i titoli sono più che importanti: “Caccia tragica” di De Santis, “Germania anno zero” di Rossellini, e poi ancora con De Santis nei due capolavori “Riso Amaro” e “Non c’è pace tra gli ulivi”. Nel 1951 l’esordio dietro la macchina da presa è con “Achtung! Banditi!” uno dei più bei film sulla Resistenza mai realizzati (e alla resistenza Lizzani aveva partecipato in prima persona).

 

Il genere e la militanza

La critica italiana ha sempre avuto problemi col cinema di genere. Diciamolo pure, ha avuto molto speso i paraocchi; eppure il cinema di genere ha fatto grande il nostro cinema. Il western, il poliziesco, il thriller, l’horror, il melodramma: il cinema italiano li ha frequentati tutti, eppure è come se avessero vissuto una vita sotterranea lontana dalle pagine della critica ufficiale, che ha sempre preferito guardare altrove. Ma non è stato Banditi a Milanosempre così, e la situazione è più complessa di quello che sembra. C’è stato un periodo in cui il cinema di genere e il cinema d’autore dialogavano fruttuosamente, e si compenetravano, abbattendo quelle barriere che molti, stupidamente, volevano erigere anche laddove non c’era nessun bisogno di farlo. Carlo Lizzani è stato un regista che – da grande teorico del cinema – ha contribuito a questa fusione, a questa commistione di generi e di idee. Regista militante e grande appassionato di cinema di genere, alcuni suoi film sono la prova tangibile che il cinema popolare e il cinema d’autore, il cinema di genere e il cinema militante potevano essere tutt’uno. “Requiescant “ è un film del 1967, è un film western ed è un film militante in cui si respira già tutta l’aria del Sessantotto. Protagonista del film è Lou Castel, volto feticcio del cinema engagé di quegli anni (era stato protagonista dell’esordio alla regia di Marco Bellocchio, requiescant_ppp-mostra-bibbiaI pugni in tasca”). Coprotagonista del film è Pier Paolo Pasolini: il cerchio si chiude, cinema popolare e autorialità d’altissimo livello convivono senza cozzare. Pasolini aveva già fatto l’attore per Lizzani, in “Il gobbo”, film del 1960, storia di malavita ambientato nella Roma occupata dai nazisti e nell’immediato dopoguerra. Dopo Requiescant verrà “Banditi a Milano”, primo vero romanzo criminale della storia del nostro cinema, e uno dei capostipiti del poliziesco italiano degli anni a venire.

 

Venezia

Questa parificazione tra genere ed autorialità, tra cinema hollywoodiano e cinema europeo Lizzani la trasferì anche al Festival di Venezia, di cui fu direttore dal 1979 al 1982. Durante la sua gestione il Festival aprì le sue porte ad esperienze cinematografiche che di solito rimanevano fuori da manifestazioni del genere. Grazie a lui approdarono al lido film come Indiana Jones o Guerre Stellari, e furono recuperati anche grandi capolavori del passato. Tutto questo non senza suscitare polemiche a volte molto aspre, basta citare il durissimo sfogo di Glauber Rocha contro l’assegnazione dei premi a Louis Malle e John Cassavetes al festival del 1980, ma questa è un’altra storia.

 

Memoria

Carlo LizzaniCarlo Lizzani è stata la memoria storica del nostro cinema: sia nella sua attività di critico e storico del cinema (già nel 1961 scriveva una “Storia del cinema italiano”) che dietro la macchina da presa. Tra le sue ultime fatiche non possiamo non ricordare “Celluloide”, del 1996, appassionato e commosso film che ricostruisce la realizzazione di Roma città aperta di Rossellini; il film forse è un po’ troppo didascalico, ma la sincerità del progetto non può lasciare indifferenti. E d’altronde la Storia è stato un altro filo conduttore del suo cinema, da “Il Processo di Verona” a “Mussolini Ultimo atto” fino all’ultimo film “Hotel Meina”, ancora ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale.

 

Stacco la spina

Il 5 ottobre di quest’anno Lizzani decide di morire. Come Mario Monicelli, la decisione di smettere di vivere è il suo ultimo gesto di libertà. Entrambi i registi sono stati artefici e testimoni di un momento irripetibile della storia del cinema italiano. Due maestri, da cui stiamo ancora imparando.

Luca Verrelli

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