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11 dicembre 2018

Bohemian Rhapsody

Bryan Singer, Dexter Fletcher

24 Ottobre 2018 (UK) – 29 Novembre 2018 (Italia) - Gran Bretagna - Stati Uniti

Genere: biopic, drammatico, musicale - Cast: Rami Malek, Mike Myers, Aidan Gillen, Tom Hollander, Joseph Mazzello, Lucy Boynton, Allen Leech, Michelle Duncan, Aaron McCusker, Max Bennett, Gwilym Lee, Ben Hardy - Produzione: GK Films - Distribuzione: 20th Century Fox - Durata: "136”  

 

 

bohemian-rhapsody-posterLa Storia

Siamo nelle suburbia di Londra, anno 1970. Farrouck Bulsara è un ragazzo che studia design e lavora come scaricatore presso il vicino aeroporto di Heathrow. La sua vita, però, è contraddistinta dal grande talento naturale della sua voce e dal desiderio di lasciarsi alle spalle Farrouck, l’origine indiana parsi e i contrasti con un padre ultra-tradizionalista, e abbracciare il mito di Freddie Mercury. Sarà l’incontro con Roger Taylor (batterista aspirante odontotecnico) e Brian May (geniale chitarrista e brillante astrofisico in erba) a cambiare la vita di Freddie: con l’ingresso del bassista John Deacon si formano così i Queen, che in pochissimo tempo scaleranno le classifiche e porteranno la loro musica, uno straordinario glam-rock impreziosito dalla potenza lirica della voce di Freddie (amplificata da una bocca più larga per via del difetto congenito dei quattro incisivi) in giro per il mondo.

 

Un successo che nemmeno l’ostracismo della EMI (la più potente casa discografica del Regno Unito, scettica sulla lunga durata di brani come Bohemian Rhapsody) e la bigotta società britannica fra ’70 e ’80 potranno arrestare. Freddie, infatti, non è solo un genio della musica, ma ben presto diventa anche un’icona gay, nonostante l’iniziale relazione con Mary Austin, che resterà figura determinante in tutta la sua esistenza. Il successo, bohemian__rhapsodyl’ascesa, il declino e la rinascita: mal consigliato, Freddie decide di prendersi un periodo di pausa dai Queen per tentare la carriera solista, attratto dal contratto milionario offertogli dalla CBS Records. Un tentativo che però resta a metà, perché nel frattempo Freddie si consuma fra droghe e festini, prima di contrarre il virus dell’HIV. Con il poco tempo che gli resta da vivere, Freddie Mercury decide di tornare dai compagni d’avventura, che riaccogliendolo nella band ricostituiscono il mito dei Queen. Un quartetto che diventerà leggenda con la straordinaria esibizione al Live Aid del 13 luglio 1985: venti minuti che bastarono a tutto il mondo per innamorarsi ancora di un gruppo che ha saputo andare oltre la grande musica, imponendosi come un vero e proprio fenomeno di costume planetario.

 

Commento

Premessa doverosa: il film è stato diretto per più del 90% da Brian Singer, rimosso dal ruolo dopo l’accusa di molestie sessuali e il coinvolgimento nel caso Weinstein. Il lavoro di rifinitura è stato portato a termine da Dexter Fletcher. Altra premessa doverosa: se, da una parte, l’idea di Singer (a cui ascriviamo la paternità dell’opera) era favorita dalla straordinaria epicità della vita di Freddie Mercury (che ben si presta a essere narrata in un bohemian_rhapsodyfilm), dall’altra la materia trattata nella pellicola (l’epopea dei Queen) è oggetto di culto per milioni di persone in tutto il mondo, e il rischio di fare un clamoroso autogoal era più che sensibile. Il regista americano, tuttavia, se la cava con un risultato eccellente: il film è godibile, emozionante e mai patetico. In questo è stato aiutato certamente dall’egregia interpretazione di Rami Malek (Freddie Mercury), che ha con attenzione e minuziosità studiato il personaggio prima di presentarsi davanti alla macchina da presa. Altrettanto valida l’interpretazione degli altri tre personaggi-chiave, Ben Hardy (Roger Taylor), Gwilym Lee (Brian May) e Joseph Mazzello (John Deacon), anch’essi bravi a documentarsi sulle attitudini dei coprotagonisti dell’avventura dei Queen. Tra i tanti aspetti che emergono dal lavoro di Singer, infatti, spicca l’abilità del regista nel mettere in luce l’assoluta collegialità che animava il quartetto, una vera e propria famiglia, in tutte le sue decisioni: dalle canzoni composte a turno dai vari membri alla compattezza mostrata dai quattro nel non cedere alle condizioni della EMI, che avrebbe voluto You’re my best friend come singolo di debutto invece della troppo lunga Bohemian Rhapsody. Un’armonia interrotta solo nella fase centrale dell’esperienza artistica e umana di Freddie.

 

bohemian-rhapsodyLo schema del film non è dei più originali: gli esordi dopo un’adolescenza di povertà e ribellione all’autoritarismo paterno, l’ascesa vertiginosa, la crisi, la rinascita e infine la morte (solo accennata prima dei titoli di coda). Non si tratta comunque, almeno in questo caso, di mancanza d’originalità quanto piuttosto di una necessità: il grande merito di “Bohemian Rhapsody” è di essere rimasto quanto il più possibile fedele alla vita di Freddie e degli altri Queen, lasciando solo qualche indispensabile concessione al romanzo, come l’anticipo al 1985 della scoperta di essere malato di HIV. Snodo di tutta la trama è l’incapacità di Freddie Mercury nel farsi carico interamente del successo della band, consapevole del fatto che il fenomeno Queen sia il frutto di quattro menti brillanti trovatesi a convergere in un progetto musicale lungimirante e apripista per tutto un movimento. Il vortice, però, è così repentino e travolgente che la portata rivoluzionaria e provocatoria della figura di Freddie, ormai divenuto un eroe della comunità gay planetaria, finisce per fagocitare tutto il resto.

 

Da qui il prestare l’orecchio al malfidato Paul Prenter (Allen Leech), che prima lo porterà a licenziare il manager della band John Reid (Aidan Gillen) e poi lo trascinerà fuori dalla band verso un tentativo solista troppo prematuro per una persona tanto fragile, che finirà - dopo il trasferimento a Monaco per lavorare sui due album pattuiti con la CBS - schiava _D5A8210.NEFdei festini, degli abusi e degli eccessi con alcol e droghe. L’opera è mirabilmente studiata per accendere un importante riflettore sulla figura di Mary Austin (Lucy Boynton), quella che nello sviluppo della trama Freddie chiamerà più volte «L’amore della mia vita» (a lei è dedicata Love of my life, capolavoro della discografia dei Queen). Un amore ambiguo quello fra i due, almeno da parte di Freddie, che revoca la proposta di nozze dopo aver scoperto e accettato la sua omosessualità. Eppure a Mary il famoso cantante e pianista resterà sempre morbosamente ancorato: al suo distacco corrisponde il momento di crisi umana e artistica del protagonista, mentre il suo riavvicinamento sarà il motore per il definitivo ritorno di Freddie ai Queen.

 

Il grande difetto “storiografico” del film è l’aver saltato a piè pari l’incontro fra i Queen e David Bowie, da cui nacque la collaborazione per il sublime pezzo Under Pressure(1982), un momento fondamentale della vita artistica dei quattro. Sull’altro piatto della bilancia c’è, però, la scelta felice di Singer di fermare la narrazione al luglio del 1985, quando quella vibrante esibizione al Live Aid, il più colossale concerto nella storia della musica pop, consacrò per sempre quattro ragazzi londinesi nell’olimpo del rock. image (3)L’intuizione del regista (nella foto Bryan Singer a destra, Dexter Fletcher a sinistra) di lasciare da parte sia il periodo terminale della malattia sia la storia d’amore con Jim Hutton (Aroon McCusker) che sarebbe durata fino alla morte del cantante, appare vincente. Innanzitutto perché così facendo si alleggerisce la trama di aspetti ben noti della vita dell’artista, lasciando spazio a qualche “buco nero” che in pochi conoscevano; in secondo luogo perché Singer ha saggiamente dribblato il pericolo di scadere nel banale. L’immagine che ci lascia l’opera è di un Freddie Mercury all’apice, che non l’ha data vinta all’HIV ma che, anzi, dalla sua condizione ha saputo trarre nuova linfa vitale per rivendicare con rinnovata forza il suo ruolo nel mondo: «Voglio fare il performer», dice il protagonista nelle battute finali del film. Si tratta, in questo caso, di una delle pochissime deroghe del film alla verità storica: Freddie Mercury scoprì solo nel 1987 di aver contratto il virus, lo comunicò agli altri Queen nel 1989 e al mondo il 23 novembre 1991, il giorno prima di morire.

 

620x349Questo, comunque, poco o nulla toglie al ritratto mirabilmente eseguito da regista e attori, che hanno perfettamente riprodotto scaletta e movenze della band in quella straordinaria esibizione del 1985, davanti a uno stadio di Wembley in visibilio, con tanti altri milioni di persone incollate davanti alla TV in ogni angolo del mondo. Anche la voce del Freddie Mercury che compare nel film è solo in parte campionata dal vero cantante inglese; le altre parti cantate sono state registrate dall’ottimo Marc Martel, selezionato direttamente dal vero Roger Taylor dopo un lungo casting. In definitiva “Bohemian Rapsody” è un film che non aggiunge e non toglie nulla alla storia di uno dei gruppi più apprezzati e influenti del rock; semplicemente ci racconta i Queen per quello che sono stati, con tutte le loro contraddizioni, i loro alti e bassi, le liti e la loro capacità di tornare più forti di prima.

 

Riccardo Resta

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