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3 novembre 2018

BlacKkKlansman

Spike Lee

10 Agosto 2018. Nelle sale italiane: dal 27 Settembre 2018 - Stati Uniti

Grand Prix Speciale della Giuria alla 71.ma edizione del Festival di Cannes (2018)

 

Dal romanzo autobiografico: “Black Klansman” di Ron Stallworth – Sceneggiatura: Charlie Wachtel, David Rabinowitz, Kevin Willamette, Spike Lee – Fotografia: Chayse Irvin - Montaggio: Barry Alexander Brown - Musica: Terence Blanchard - Cast: John David Washington, Adam Driver, Topher Grace, Laura Harrier, Ryan Eggold, Jasper Pääkkönen, Corey Hawkins, Paul Walter Hauser, Ashlie Atkinson, Alec Baldwin, Harry Belafonte, Robert John Burke, Craig muMs Grant - Genere: Biografico – Lingua originale: Inglese - Distribuzione internazionale: Universal Pictures – Durata: 128 minuti.     

 

54849Nella sua ultima fatica Spike Lee ingaggia un corpo a corpo con se stesso, una battaglia tra l’essere americano o l’essere semplicemente nero, e lo fa mettendo in scena un conflitto tra due (non)personaggi. Nata come black comedy, sulla storia abbastanza paradossale di un nero che riuscì a iscriversi al Ku Klux Klan negli anni ’70, la pellicola doveva essere diretta dalla stella nascente del nuovo cinema nero americano Jordan Peele (Oscar alla migliore sceneggiatura originale nel 2018 per “Scappa – Get out” da lui scritto e diretto). In realtà la sceneggiatura era da tempo già stata scritta da Charlie Wachtel e David Rabinowitz, finendo nella lista dei film inspiegabilmente ancora non realizzati, perché dall’evidente potenziale di successo. I due sceneggiatori, opzionato il romanzo autobiografico “Black Klansman” di Ron Stallworth (nella foto sotto a destra), vi avevano anche introdotto elementi di fantasia, in particolare trasformando in ebreo il coprotagonista del film. Giunto infine nelle mani di Spike Lee, con Jordan Peele nelle vesti non più di regista bensì di produttore, insieme come sempre a Jason Blum, il film ha perso la compiutezza della commedia originale e, pur conservandone la struttura, si è trasformato in un film a tesi, oltre che in un archivio della black culture e delle sue radici dentro la cultura popolare americana, tra cinema, musica e costume.

ilveroRonStallworthLo spettatore andrebbe avvisato che di spettacolo ve n’è rimasto poco, forse abbastanza per chi ama divertirsi con i colori saturi e i contrasti netti di Spike Lee, o per chi adora le citazioni a raffica, nella musica e nei dialoghi, pochissimo per chi si aspetta un film di oltre due ore che ti tenga legato alla sedia nel sapere come va a finire, o ti faccia penare insieme ai suoi personaggi. Ma è proprio questo che rende “BlacKkKlansman un film speciale, anzi il film chiave per capire Spike Lee, per poter (ri)vedere tutti i suoi lavori precedenti con occhi nuovi e alla luce di una dialettica irrisolta, e che forse non vuole risolversi, tra l’americano e il nero.

 

Un film per riaprire il dialogo
Catalogo, archivio, ordinatore, ma non solo. Soprattutto c’è dialogo e contraddittorio. E se il catalogo è riservato ai neri, ai neri statunitensi in particolare, quasi un invito a fare i conti con la propria storia e a conoscerla al meglio, il dialogo è invece con tutta l’America. Forse TopherGrace+KKKper questo Lee ha accettato senza riserve che il personaggio di spalla a quello principale, di colore, fosse un ebreo. La storia, vera, è quella di Ron Stallworth, il primo poliziotto di colore della città di Colorado Springs. Entrato nella polizia nel 1972 Stallworth si infiltrò nel 1979 nel Ku Klux Klan, investigando su uno dei suoi ancor oggi massimi leader, David Duke (interpretato nel film da Topher Grace, nella foto a fianco in riunione con i nuovi adepti incapucciati), più volte candidatosi alle presidenziali d’America ed oggi, purtroppo, sempre in giro per il mondo a promuovere le destre più estreme e fascistoidi. La sua indagine mise in luce una connivenza tra KKK e apparati militari statali e rimase segreta sino al pensionamento di Stallworth nel 2005. Un anno dopo fu da lui JohnDavidWashington+Laura Harrierrivelata in alcune interviste e infine raccontata nel libro del 2014. Quasi a voler segnare una continuità con il personaggio chiave di Malcom X, a suo tempo interpretato nel film omonimo di Spike Lee da Denzel Washington, qui a interpretare il poliziotto di colore è il figlio, John David Washington (nella foto con Laura Harrier). Il percorso di Stallworth–Washington è molto più rapido e si arriva subito all’indagine sul KKK e all’idea di avere un altro investigatore che con il suo stesso nome si potesse presentare alle riunioni del Klan e dare corpo alla sua falsa identità, continuando lui a usare il telefono per incastrarli. Nel film questo poliziotto bianco si chiama Flip Zimmerman ed è quindi con evidenza un ebreo, ma è interpretato da Adam AdamDriver+JDWashington-2xStallworthDriver (vedi foto, a sinistra) che potrebbe averne i tratti somatici, ma ebreo non è. Un attore in stato di grazia, se pensiamo a tutte le interpretazioni di cui è ultimamente protagonista, da “Silence” di Martin Scorsese a “L'uomo che uccise Don Chisciotte” di Terry Gilliam. Il suo personaggio è un altro elemento utile a sviluppare il discorso su razzismo e integrazione, ma forse è anche l'unico che ci lascia trepidare essendo quello che rischia il peggio se viene scoperto e su cui la sceneggiatura costruisce i maggiori momenti di suspense. Zimmerman non si è mai posto il problema dell’antisemitismo, come se la cosa non lo riguardasse, non essendo lui un ebreo praticante. Quando assume l'incarico né lui né i colleghi pensano alle possibili implicazioni. Dovendosi invece umiliare a recitare, con il Klan locale, la parte del fanatico nazista sterminatore di ebrei, e rischiando sotto interrogatori imbarazzanti (la circoncisione) di essere scoperto, diventerà partecipe anche lui alla causa del suo collega di colore. Il messaggio di Lee è chiaro, ed è chiaro perché abbia accettato di mantenere questa modifica di fantasia alla storia reale. Il razzismo non è un problema solo dei neri, è un problema di tutti, è il volto delle destre estreme e totalitarie, il biglietto da visita del nuovo fascismo. Chi pensa, perché bianco e integrato, che non lo riguardi, prima o poi dovrà prenderne atto e ricredersi. Per rendere ancor più netto questo messaggio, nel finale entrano in scena immagini di repertorio degli eventi di Charlottesville del 2017, quando un attivista del KKK si lanciò con la sua auto contro una manifestazione antirazzista, ferendo ilveroDavidDuke+DonaldTrumpgravemente decine di persone e uccidendo Heather Hever, una donna di 32 anni. Così, dopo aver chiesto l’autorizzazione alla famiglia, Spike Lee chiude il film con una vittima bianca e non di colore e lo fa uscire nelle sale americane nella stessa data, quella del 12 Agosto, preceduto da una campagna promozionale che ricordava la tragedia. Inutile dire che alle immagini terrificanti dell’auto, che passa letteralmente e ripetutamente sopra i corpi dei manifestanti, segue un altro filmato televisivo di repertorio, con Donald Trump (nella foto con il vero David Duke) che non riesce nemmeno a condannare nettamente il gesto e tradisce le sue simpatie per il “suprematismo bianco” dei neonazisti.

 

Integrazionismo o nazionalismo nero?

Alcuni hanno visto nella denuncia dell’antisemitismo una contraddizione con le simpatie di Spike Lee per Louis Farrakhan, leader della Nation of Islam, antisemita, omofobo e misogino. La risposta migliore viene dal film stesso. Impossibile credere che il regista condivida queste posizioni razziste e maschiliste, ma il problema per lui è confrontarsi con la sua doppia identità. Per fare questo usa la sotto trama della storia d'amore tra il ron-e-patrice-con-le-pistolepoliziotto e un'attivista del movimento studentesco, Patrice Dumas, interpretata da Laura Harrier (nella foto con John David Washington. Per come è scritta è il classico gioco di equivoci di una commedia sentimentale, ma qui di patemi d'amore e veri colpi di scena ne rimangono ben pochi. Spike Lee fa virare questo canovaccio verso un uso tutto concettuale, dentro un generale registro di leggerezza, moderatamente comico, ma mai veramente partecipe con i personaggi. Il protagonista, Ron Stallworth, ha avuto come suo primo incarico da investigatore quello di infiltrarsi in una conferenza di Kwame Ture (interpretato da Corey Hawkins, nella foto), anche lui personaggio coreyreale, leader delle Pantere Nere e autore del libro “Black Power” del 1967, che si cambiò nome (come Malcom X) per non accettare quello da schiavo toccato a tutti i neri d’America (il suo era Stokely Standiford Churchill Carmichael). Occorre dire che pensare di poter dialogare con il film e accedere alla sua forma Catalogo senza conoscere la storia dei movimenti studenteschi e di colore è illusorio. Proveremo per questo a dare alcune nozioni chiave. Il Black Panthers Party (quest’anno alla Mostra della Biennale di Venezia Roberto Minervini ha portato in concorso "Che fare quando il mondo è in fiamme?”, un documentario sulle rinate Pantere Nere negli USA) sosteneva la necessità di fondare uno Stato nero e per far questo aveva anche costituito un proprio corpo armato, che in divisa presiedeva militarmente i processi ai suoi leader, oltre che svolgere azione di autodifesa e controllo nei quartieri di colore. La ConferenzaKwameTurelegge americana permetteva infatti di girare armati a patto di non alzare mai l’arma e tenerla puntata verso terra. Nella stessa conferenza del film, Kwame Ture incita gli studenti di colore ad armarsi (nella foto), e se necessario a rispondere con la violenza alla violenza dei bianchi e della polizia. La conferenza è organizzata da Patrice Dumas e Ron Stallworth la corteggerà inizialmente solo per farsi accettare e infiltrarsi. Tornati a rapporto, sia Stallworth sia i suoi due colleghi bianchi (tra cui Zimmerman) che registravano quello che lui captava con una pulce nascosta addosso, tenderanno a sminuire quelle incitazioni alla violenza. È questo un passaggio significativo nella dialettica che Spike Lee compie nel film tra le due culture politiche dei neri d’America: quella integrazionista rappresentata dal poliziotto e quella nazionalista, panafricana e separatista che nel film troverà corpo in Patrice Dumas, di cui Stallworth finirà, ovviamente, per innamorarsi. La violenza nera resta quindi, per Spike Lee, un’affermazione di principio, non una pratica reale se non quando diventa a malincuore “la cosa giusta” (e “Fai la cosa giusta” del 1989 resta il film paradigmatico in questo senso, ponendosi esattamente sulla linea di confine). In un classico carrello indietro alla Spike Lee, un Double Dolly Shot, con i personaggi che scivolano avanti verso di noi mentre tutto il resto scorre loro dietro, i due vengono avanti insieme, entrambi puntando una pistola verso la macchina da presa, lui quella legale d’ordinanza e lei quella della rivolta DavidDuke_film+veronera armata. Sono le due anime di Spike Lee che dialogano anche tra loro, e ad attendere entrambe c’è una croce del KKK data alle fiamme, come minaccia per neri, ebrei, omosessuali e minoranze tutte. Al contempo, quasi a voler bilanciare, li troviamo ancora insieme, ma questa volta è lei a collaborare con la polizia per incastrare un poliziotto bianco autore di diverse violenze verso i neri. In un’altra sequenza -dove si sente il sapore del film girato su pellicola e non in digitale (una scelta voluta dal regista) - i due passeggiano a ridosso di un corso d’acqua e si confrontano a lungo senza trovare soluzione tra integrazione e nazionalismo nero. Non è solo un dialogo politico, si parla di come i neri d’America, nei primi anni ’70, si stanno inserendo nel sistema dei media, di quello che a loro due piace vedere e ascoltare, e del senso che vi trovano e come lo giudicano. In particolare, film come “Shaft” (1971) o “SuperFly” (1972) e tutta la “blaxploitation”. Un genere che fece entrare con forza i neri nel cinema americano, e che faceva discutere i ragazzi di Brooklyn come Spike Lee, nato nel 1957, perché erano pur sempre spacciatori e magnaccia, ma erano anche divertenti e comunque “antieroi” pur sempre protagonisti.

 

Il mood anni ’70 e lo stile di Spike Lee

Questi film erano già patrimonio esplicito del cinema di Spike Lee e il lavoro fatto dal direttore della fotografia Chayse Irvin nel video Lemonade di Beyoncé, lo ha convinto a chiamarlo per tornare alla pellicola e poter esaltare così quel mood che vide entrare con forza la cultura black nel cinema statunitense (Chayse Irvin merita di essere ricordato anche per il suo straordinario contributo ai film di Andrea Pallaoro, regista italiano che ha 4117_D020_10732_R_CROPesordito in Messico con un piccolo gioiello, “Medeas” del 2013). In realtà quello che a Spike Lee interessa non è una rievocazione nostalgica di qualcosa che per lui è l’età della formazione. Interessa il terreno d’incontro di cui quella moda fu testimone ed espressione. Ne troviamo traccia nello stesso discorso di Kwame Ture alla conferenza, quando incita la folla ribaltando tutti i concetti di bellezza razziale per affermare che “Nero è Bello”. Bello è il naso largo e piatto. Belle sono le labbra carnose. Bella è la pelle lucida e spessa. Belli sono i capelli ricci e gonfi alla Angela Davis, gli stessi che ostenta il protagonista. Gli stessi che, con un gesto icastico di presentazione del personaggio, a inizio del film, lui si accarezza sulla soglia del Comando di Polizia, prima di entrarvi e proporsi come primo poliziotto di Colorado Spring. I neri prima se ne vergognavano e usavano la piastra per lisciarseli. Bella è l’andatura trascinata, esaltata dal pantalone a zampa d’elefante, un tempo invece stereotipo del nero stupido e sfaticato. Gli stessi vestiti devono servire ora a esaltare la bellezza nera. Tutto questo non è affatto secondario, ed è il terreno dell’Orgoglio Nero, su cui integrazionismo e nazionalismo si sono realmente CastCannes_2018incontrati. Non solo. È anche il terreno su cui la cultura nera è stata egemone in quegli anni su quella bianca, determinando mode e comportamenti (non ultima la musica rock... o per giungere in Italia, la capigliatura di Lucio Battisti e Maurizio Vandelli, e Vorrei la pelle nera cantata nel 1967 dal biondo Nino Ferrer). Quando Ron Stallworth viene assunto nella polizia chiede al Comandante se deve tagliarsi i capelli, e quello gli risponde di no, sono insoliti, ma sono belli, ormai anche per un poliziotto bianco. Si pensi che le stesse Black Panters esaltarono volutamente l’accostamento nell’abbigliamento del blu con il nero, un tempo considerato sgradevole e ne fecero una loro divisa. Da questo punto di vista il film di Spike Lee è davvero una festa per gli occhi, rendendo omaggio a questa stagione d’oro della cultura popolare che vide gli afroamericani protagonisti.

 

La musica e la cultura pop

Dillo ad alta voce! Sono nero e sono orgoglioso, Say it loud! I'm black and I'm proud è il brano di James Brown che non poteva quindi mancare, come tutta la musica di quegli anni. Ovvio che prevalgano i classici del funky soul anni ’70, da Too Late to Turn Back Now dei Cornelius Brothers & Sister Rose a (I Know) I'm Losing You, e soprattutto Ball of Confusion (“...è ciò che il mondo è oggi” dice il riff) dei Temptations, che per il suo testo ironico e già politicamente scorretto viene usato anche per un trailer lungo del film. Sorprende invece la scelta dei melodici Beth // James, duo acustico indie del 2017 qui con il brano Lion Eyes, in omaggio forse alla “criniera ruggente” e alla “pelle morbida e Prince_Spike-Leedorata” della studentessa black panter di cui è innamorato il protagonista. Contraltare al funky soul è il genere sudista per eccellenza del southern rock, che declinò negli anni sessanta e settanta i valori sudisti in chiave antirazzista e pacifisti. Musicisti come Joe Defilippo e la sua R.J. Phillips Band di Baltimora, con il brano anti segregazione razziale dedicato al gruppo di attivisti del 1961 Freedom ride. O subitanei successi commerciali di quegli anni come Brandy (you're a fine girl) di una band di giovani studenti poi spariti nel nulla, i Looking Glass. A chiudere il film, con note volutamente struggenti sull’assassinio politico di Heather Hever, è l’incisione inedita di Prince (nella foto sopra a destra con Spike Lee) della preghiera cantata Mary Don’t You Weep, un gospel solo per voce e pianoforte. Passato e presente della cultura pop americana che sono continuamente tessuti insieme dalle composizioni originali di Terence Blanchard, jazzista di New Orleans legato a Spike Lee da una collaborazione ormai decennale, iniziata nel 1991 con “Jungle Fever” e “Malcom X”.

 

Atto d’accusa contro il cinema americano

Ed è il tema di Via col vento, rielaborato da Blanchard con accenni da marcetta, ad aprire il film. Abbiamo detto che “BlacKkKlansman” è anche un dialogo con l’America tutta, e con i suoi miti. Un dialogo senza mezzi termini e quindi duro, onesto. Il film, senza WashingtonStallworth+GraceDavidDukenemmeno far partire i titoli di testa, inizia con un gioco mimetico, con il film mitopoietico per eccellenza della storia degli Stati Uniti d’America. Vediamo Rossella O’Hara che cammina tra centinaia di feriti in una grande piazza di Atlanta, un lungo carrello a seguirla in un campo sempre più lungo che termina sul primo piano della bandiera confederale, la bandiera degli sconfitti.  Stacco, e questa bandiera viene afferrata da Alec Baldwin che interpreta in modo superlativo un suprematista bianco: “La guerra non è finita, torneremo e vinceremo”. Inizia così un comizio, che piano piano si scopre essere solo la registrazione di un film di propaganda razzista, con spezzoni di film di repertorio. Ed il cinema ritorna spesso, in particolare, dopo “Via col vento” con “Nascita di una nazione” di David Wark Griffith, di cui vedremo ripetutamente alcune sequenze raccapriccianti dove il Ku Klux Klan viene presentato come salvatore della patria, mentre lincia uomini di colore che hanno violentato innocenti donne bianche. Qui si tocca un tasto davvero dolente e spesso omesso nelle storie del cinema, trattandosi di un capolavoro a cui si fa risalire la nascita non solo del mito nazionale statunitense, ma anche del linguaggio cinematografico. Lo stesso John Ford amava ricordare che aveva appreso l’arte del cinema dal grande maestro, partecipandovi anche lui incappucciato da membro del KKK. Proprio lui, che dopo decine di western con “pellerossa selvaggi”, canterà le loro ragioni, insieme a quelle Belafontedi tutte le minoranze non WASP degli USA, nativi americani, neri o irlandesi che siano. A questo orrore originario, di cui nessuno - ci racconta Spike Lee nelle sue interviste - dava spiegazione quando proiettavano questi film a scuola, in un’aula gremita di universitari di ogni colore, si contrappone il racconto autentico del linciaggio di Jesse Washington avvenuto nel 1916, mentre nelle prime sale cinematografiche degli Stati Uniti d’America si proiettava il capolavoro di Griffith. Ad interpretare un testimone diretto di questo orrore è un altro uomo simbolo della cultura pop americana, Harry Belafonte, oggi novantenne (nella foto).

 

Un film manifesto, tra odio e amore

Nonostante tutto, se giudicassimo il film come macchina spettacolare volta a mettere in crisi qualche coscienza e far avanzare un messaggio progressista antirazzista e anti suprematista, dovremmo onestamente giudicarlo un fallimento. Del Ku Klux Klan ci offre volutamente solo una parodia, come la grassa Connie Kendrickson che sogna tra AshlieAtkinson+SpikeLeele braccia del suo uomo di poter finalmente uccidere qualche “negro” (interpretata da Ashlie Atkinson - nella foto con Spike Lee -, attrice teatrale per Sam Mendes e pattinatrice dei Gotham Girls Roller Derby, con il nome di Margaret Thrasher, Primo Ministro della Vostra Morte). D’altro canto la descrizione dei personaggi risulta monocorde anche per i personaggi positivi, in uno  stile non nuovo per Spike Lee, più attento ad una stilizzazione estrema e all’urgenza declamatoria. Questo non leva nulla alla qualità del lavoro attoriale di molti interpreti di colore sopra già citati. Lo dichiara lo stesso regista nelle sue numerose interviste, sottolineando la presenza di una France_Cannes_2018_BlacKkKlansman_Red_Carpet_65521.jpg-6162a_c0-185-4434-2770_s885x516straordinaria leva di nuovi attori di colore, come da tempo, con oltre trenta anni di carriera, non gli capitava di vedere. Presentando il film a Cannes, dove ha vinto il Gran Premio Speciale della Giuria, Spike Lee vi ostentava un cappellino con su scritto “Blacka”, uno slang per rendere più tagliente la parola black, e due tirapugni con su scritto in uno LOVE e nell’altro HATE (nella foto), amore per l’America e odio per il razzismo, odio per l’America e amore per se stessi. Così il (non)personaggio del poliziotto incarna il primo polo e il (non)personaggio della studentessa il secondo. Il combattimento continua.  

 

Angelo Amoroso d’Aragona

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