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12 febbraio 2015

Big Eyes

Tim Burton

2014 - USA - Cast: Amy Adams, Christoph Waltz, Krysten Ritter, Jason Schwartzman - Durata 106 min. – Uscita italiana: 1 gennaio 2015

 

Opera piuttosto insolita per Tim Burton che, abbandonate le atmosfere sognanti e surreali alle quali ci ha abituato in precedenza, con “Big Eyes” torna a percorrere una strada "tradizionale" in termini di linguaggio e di costruzione della trama. Probabilmente la storia vera sui cui si basa il film è già talmente carica di suggestioni, di tensioni intrinseche e dubbi irrisolti da rendere inutile ogni tentativo di farla più fantasiosa. Tim Burton ha dichiarato di considerarla "una grande metafora americana sul talento e l’industria". “Big Eyes” è un film biografico basato sulla vita della pittrice Margaret Keane, tuttora vivente e attiva in quel di Los Angeles con i suoi 88 anni (nel film compare in una scena con una Bibbia in mano), le cui opere sono probabilmente più note di quanto lo sia il suo nome. E’ l’autrice di quei ritratti, principalmente di bambini dai grandi occhi tristi, che ancora oggi capita spesso di vedere circolare in rete. Negli anni ’60 il successo di queste opere fu talmente grande e internazionale da ispirare una bambola, creata a Hong Kong, dal nome “Susie Sad Eyes”. Il modo in cui si è arrivati a questo successo è una storia di amore, arte, inganno che è anche un pezzo di storia dell’America degli anni ’50 e ’60.

 

Peggy Doris Hawkins dipinge già i suoi bambini dagli occhi grandi quando incontra Walter Keane, un pittore di pochissimo talento, ma un abile affarista. E’ divorziata e non vuole lanciarsi in una relazione impegnativa, ma ha una figlia e rischia di perdere l’affidamento poiché non ha sufficienti mezzi di sostentamento. Walter le propone di sposarlo così non avrà problemi dato che lui ha un lavoro stabile, è un agente immobiliare, pittore solo nel tempo libero. Forse è davvero amore, forse Walter ha intravisto le potenzialità dell’opera della futura moglie. Potenzialità commerciale più che artistica. I due in breve si sposano. Peggy cambia il suo nome d’arte in Margaret Keane e dopo poco tempo Walter mette a frutto le sue abilità di venditore e riesce a piazzare alcuni quadri della moglie. Una rissa all’interno di un club e la foto di un quadro di Margaret che finisce sul giornale ed è l’inizio di un successo che aumenterà e assumerà proporzioni enormi. Solo che in questa progressione di notorietà Walter "si dimentica" di dire che non è lui l’autore dei quadri ma sua moglie. Inizialmente magari succede un po’ per caso, ma poi ben consapevolmente Walter Keane si fa passare per l’autore dei bambini con i grandi occhi tristi e comincia a trascinare tutti in un vortice di menzogne, la moglie, gli acquirenti e la stampa che gli dedica una crescente attenzione.

 

Margaret scopre questo inganno per caso e quasi subito ma non è in grado di reagire. Ne avrebbe l’occasione quando qualcuno le chiede se anche lei dipinge ma non lo fa. Per noi, soprattutto donne, ai giorni nostri, risulta una scelta difficile da capire e per tutto il film subiamo i tormenti di Margaret e le vessazioni di Walter. Ma non dobbiamo dimenticare che questa vicenda accade tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 quando la donna aveva un ruolo completamente subalterno a quello dell’uomo nella società americana (e non solo americana ovviamente). Walter giustifica la necessità di attribuirsi la paternità delle opere convincendola che una donna catturerebbe meno l’interesse del pubblico, che gli acquirenti preferiscono parlare direttamente con l’artista e lui si può introdurre liberamente in ogni genere di ambiente, e che le opere di una donna sarebbero pagate di meno. Forse sì, forse no. “E allora Georgia O’ Keeffe?”, prova a ribellarsi timidamente Margaret, citando l’artista già molto nota ai tempi. Troppo timidamente. Margaret per qualche incomprensibile motivo diventa complice consenziente nella farsa messa in piedi da Walter. Debolezza di carattere? Paura di perdere il benessere acquisito con la vendita dei quadri? Paura di perdere l’affidamento della figlia? O è talmente soggiogata dal marito da credergli?

 

Ci vorranno gli anni ’60 e forse la nuova consapevolezza acquisita collettivamente del ruolo della donna che il decennio porta con sé per indurre Margaret alla ribellione, che comincia con dei nuovi quadri di personaggi sempre dagli occhi tristi ma con i colli allungati che Margaret firma con una nuova sigla, MDH Keane. Walter nel frattempo ha creato un vero e proprio impero commerciale sulle opere della moglie, agendo come un precursore della serializzazione e massificazione dell’opera d’arte, ben prima di Andy Warhol (che ha poi dichiarato di "aver attinto dalla filosofia di Keane"), ed è posseduto da un delirio di onnipotenza che spesso si trasforma in violenza verbale e anche fisica. Quando uno di questi episodi di violenza rischia di trasformarsi in una tragedia, la misura diventa colma e Margaret lascia il marito e si trasferisce alle Hawaii con la figlia ormai cresciuta e al suo fianco.

 

Ma non è finita, non sarà così facile per lei ottenere il divorzio e soprattutto vedere riconosciuti i diritti sulle sue opere dopo una battaglia legale. Una storia intensa che, nonostante sia trattata da Tim Burton con i toni di una commedia drammatica, lascia un po’ di amaro in bocca e tanti interrogativi. E’ indubbio che Walter Keane abbia sfruttato le capacità artistiche della moglie, senz’altro superiori alle sue, ma alla fine del film non si può fare a meno di chiedersi se queste sarebbero emerse e le opere diventate così famose in ogni caso oppure se anche Margaret Keane non si sia affidata all’abilità di affarista del marito per diffondere la sua opera, forse non così di spessore artistico da poter raggiungere una tale fama internazionale. Appassionante, in ogni caso.

Rossana Morriello

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