Migliora leggibilitàStampa
22 aprile 2012

Jazz = Cultura: occorreva l’Unesco per affermarlo?


Che l'Unesco (finalmente!) si sia ricordato del jazz era ora. Ma non si può liquidare con una battuta l'avvenimento. Il 30 aprile, "Giornata Internazionale del Jazz", è un atto d'amore e di "riparazione" che l'organismo delle Nazioni Unite per la cultura dedica per la prima volta ad una musica diversa da tutte le altre e per un sacco di ragioni.

Giornata Internazionale del JazzIl jazz come cultura, storie di arrivi e partenze insieme, linguaggi intrecciati, odori e profumi che per oltre un secolo hanno segnato la vita di tanti universi sonori e non solo. Perché una riparazione? Non vi è espressione artistica del "secolo breve" che abbia conosciuto le violenze e i fulmini della storia come il jazz: non solo a partire dai campi di cotone (qui però è il blues il vocabolario), ma pensate come New Orleans ai primi del '900 si sia trasformata tumultuosamente nel suo assetto urbano per il travolgente e impetuoso sviluppo del jazz non solo come nuova musica, ma come cultura tout court! Accadde lo stesso fenomeno in altre città (Kansas City, Chicago, San Francisco e Los Angeles), per poi solcare l'Atlantico e giungere in Europa alle prese con il ferro e il fuoco della musica dei cannoni (la guerra del Piave) e delle invettive hitleriane (quanti complotti antinazisti celati sotto orchestrine swing!).

 

La guerra dell'atomica ha fatto il resto: dopo il be-bop, il dopoguerra segna il trionfo della "voglia di ballare" con Glenn Miller e i vocalist più raffinati (compresi Fred Astaire e il nostro Fred Buscaglione). La prima guerra fredda (Corea, 1953) vede all'opera soldati di colore con dischi jazz nascosti sotto la giubba; mentre Gerry Mulligan e Chet Baker disegnano l'orizzonte nuovo del jazz californiano, il texano Ornette Coleman trafigge tutti gli spartiti con la New Thing di "Something Else!!!!!" il nuovo free jazz. Ad Ornette risponde Miles Davis con il jazz modale di "Kind of Blue" o le divagazioni colte sulla musica spagnola con Gil Evans. Di jazz si può anche star male e morire: in modo tragico (Albert Ayler) o uccisi dalla propria compagna all'uscita di un club (Lee Morgan), o vivere dimenticati dopo brevi e intensi anni di gloria e risorgere (qui l'elenco è lungo, ora ricordo solo Giuseppi Logan).

 

Dopo l'immenso Coltrane, qualcuno diffuse la certezza della fine della sua parabola: il jazz di oggi (e di domani) poggia su una solida struttura, una cultura ormai entrata nel quotidiano, capace di difendersi dalla globalizzazione. L'Unesco ha il merito di aver ricordato a molti decisori culturali (ministri, assessori, manager, banchieri) l'immenso patrimonio di questa musica, composta non solo di musica ma di storia viva da raccogliere e da raccontare, da ascoltare in ogni angolo del mondo. E che la giornata internazionale del jazz non sia solo la possibile "esca" per qualche episodio occasionale (un concerto strapagato o un festival una tantum), ma un impegno concreto per una divulgazione "alta" e diffusa del jazz.

Luciano Viotto

Video

Inizio pagina