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7 dicembre 2013 , ,

Paul Dugdale

The Rolling Stones – “Sweet Summer Sun: Hyde Park Live”

2013 - DVD + 2 CD - Durata 118 min. Uscita 11 novembre 2013

 

Hyde Park. Quarantaquattro anni dopo. Mille vite e mille sogni dopo. Gli ultimi raggi di un meraviglioso sole estivo avvolgono i 65000 testimoni del susseguirsi di quattro generazioni. La regia di Paul Dugdale è magistrale e regala emozioni che raramente, in altri DVD, riescono a superare lo schermo. Nessuna concessione alla retorica. Le immagini scorrono fluide fra flashback del '69 e commenti fuori campo dei Quattro (anzi Cinque: il redivivo Mick Taylor è di nuovo fra noi). La più grande rock'n'roll band della storia e il suo pubblico sono i protagonisti assoluti. Doveva essere una celebrazione, ma i ragazzi, sopra e sotto il palco, hanno reso questo evento uno dei più bei concerti dei Rolling Stones degli ultimi trent'anni. La scaletta è da infarto. Start me up e It's only rock'n'roll travolgono gli attoniti astanti con un'energia sonica da far invidia ai più giovani alfieri del Verbo Rock. Sui megaschermi si susseguono le immagini dei Padri Nobili della musica popolare. Da Leadbelly a Bob Dylan, da Robert Johnson a B.B. King, da Elmore James a Elvis. Quanti figli ai loro padri, quanti nipoti ai loro nonni avranno chiesto lumi circa quei signori ritratti nelle foto ingiallite alle spalle dei Fantastici Quattro e dei loro meravigliosi sodali intenti a folgorarli con saette sonore capaci di aprire senza scampo il cuore ai ricordi e di trascinare, frantumando ogni inibizione, il corpo alla danza? Lo spettacolo è da mozzare il fiato. Street fighting man è da leggenda, ma è Ruby Tuesday a commuovere. Dugdale ci propone i volti dei fortunati presenti, (in)consapevoli rappresentanti dell'amore infinito che ha accompagnato i "ragazzi" nel corso degli ultimi cinquant'anni. Età, etnie, vite diverse fissate in uno sguardo, in un gesto... le emozioni dei singoli che diventano rappresentazione universale di attimi vissuti da ognuno di noi. La magia della musica diventa immagine e viceversa.

 

Doom and Gloom dimostra il suo valore anche se in quest'orgia di meraviglie è, suo malgrado, una parentesi che introduce una fantasmagorica Honky tonk woman. Mick indossa la candida veste "Greek Style” con cui aprì il concerto del 1969 e che, fa notare, lo avvolge ancora alla perfezione. Il suo fisico da magnifico settantenne è intatto, anzi, magnificamente più tonico rispetto all'efebico angelo caduto di quasi mezzo secolo fa. Il tempo non aspetta nessuno, ma qualcuno riesce a tenergli testa per un po'. Le labbra più famose del rock presentano i compagni di viaggio: la straordinaria Lisa Fisher e il fedele Bernard Fowler ai cori, il mitico Chuck Leavell alle tastiere e al piano (raccogliere l'eredità di Ian Stewart non fu facile, ma lui c'è riuscito), Tim Ries al sax e alle tastiere. Ma dopo di loro l'entusiasmo si trasforma in un crescendo di ovazioni per l'amatissimo Bobby Keys al sax e il sublime Darryl Jones al basso. Poi loro. Spettacolo nello spettacolo: Ronnie Wood ("Wood in the trees!”), l'uomo che nel 1975 infuse nuova linfa pregna di allegria e talento nel possente, ma corroso corpo del gruppo. Charlie Watts: l'uomo che nascosto dietro la sua Gretsch minimale ha scandito il tempo di decine di capolavori assoluti della storia del rock e che con la sua ineffabile, sobria umanità ha rappresentato il vero collante fra il geniale e sgargiante Gemello Principe della scena, della voce e del marketing e Sua Satanica Maestà Keith Richards. Keef è sovrappeso, i suoi capelli sono radi e orgogliosamente bianchi, somiglia ormai definitivamente a Freddy Krueger, ma la luce nei suoi occhi, nel suo sorriso e soprattutto nelle sue corde è la stessa di cinquant'anni fa. La sua voce e la sua chitarra in You got the silver e Happy dilaniano anima e corpo con la forza della sincerità e della passione. Pochi, davvero pochi come lui.

 

"Pace, pace! Lui non è morto! Si è svegliato dal sogno della vita...". I versi di Shelley in memoria di Brian Jones, morto due giorni prima del concerto del '69, recitati allora da Mick. E le mille farfalle bianche (molte delle quali già morte – tragica ironia del destino) lanciate dal palco mille anni fa. Gli Hell's Angels, i cinquecentomila di allora... È  paradossale che sia Miss You a portare alla memoria tutto questo. Nel 1978 l'album di cui faceva parte, "Some Girls", divise le schiere dei fans storici, ma procurò agli Stones migliaia di nuovi adepti. Le farfalle nel 2013, ora, sono immagini digitali. Il basso di Darryl tesse trame sublimi. Il "mi manchi" del titolo può rivolgersi, ecumenicamente, ad un amore, ad un sogno, ad una speranza perduta. Restano gli sguardi stupiti di chi, sul palco, ascolta lo tsunami crescente degli "Ohhh Ohhh Ohhh Ohhh Ohhh Ohhh Ohhh” levarsi dalla platea. Attesi, certo, ma non così spontanei, liberatori, non guidati dalla sapiente regia del Pifferaio. Un grande pezzo forse risorge a nuova vita, forse potrà ammaliare chi allora non era ancora nato oltre a ipnotizzare ancora una volta chi, grazie a quelle note, nel bene o nel male, scelse una strada o semplicemente scoprì un mondo "altro".

 

Chi alla fine del 1974 di certo scelse una strada diversa fu Mick Taylor. Il giovane Mick, erede di Eric Clapton nei Bluesbrakers del mai troppo lodato John Mayall, esordì proprio nel concerto del '69 come sostituto del defunto Brian Jones. Alto, bello, biondo con gli occhi azzurri e soprattutto eccelso chitarrista blues, Mick Taylor resta il miglior chitarrista solista che gli Stones abbiano mai avuto. La sua vita e la sua carriera non sono stati un granchè dopo il '74 ma Midnight Rambler è incendiata dalla sua Les Paul. Viene in mente "Get Yer Ya Ya's Out", straordinario album live del 1970, ma si va oltre. Lisa Fisher domina nella stratosferica Gimme Shelter che infrange ogni freno residuo. Keith e soci impartiscono lezioni di rock in Jumpin' Jack Flash. Mick effonde fascinazioni e sensualità esoteriche in Sympathy for the Devil e fa capire al mondo che Brown Sugar, una delle pietre miliari della storia della musica, il suo riff seminale, sono opera sua. Il London Youth Choir (ri)veste di gospel l'immortale You can't always get what you want. La luna è alta, Hyde Park è una nuova Stonehenge. E tutto finisce laddove tutto cominciò: il riff atomico che contaminò il mondo nel 1965, (I can't get no) Satisfaction, chiude un concerto (e le grandiose bonus tracks di Emotional Rescue, Paint it black e Before they make me run chiudono un DVD) che doveva essere una celebrazione, ma che si è rivelato un nuovo inizio. Il tempo non aspetta nessuno, è ovvio, ma è notizia recente che Loro saranno in tour anche nel 2014 in Australia, Nuova Zelanda e Giappone. L'Europa attende, "till the next goodbye".

Maurizio Galasso

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