Migliora leggibilitàStampa
28 maggio 2019 , ,

The Dream Syndicate

These Times

2019 - Anti, Epitaph
[Uscita: 3/05/2019]

the dream syndicateNonostante l’innegabile bontà, rimaneva il dubbio che il precedente “How I Did I Find Myself Here”, uscito ben 30 anni dopo l’ultima prova in studio a nome Dream Syndicate, potesse rappresentare il disco di Steve Wynn pensato per la sua (strameritata) pensione. A fugarlo ci pensa questo nuovo album che, è bene dirlo subito, appare di una qualità così alta tale da permettergli di confrontarsi con le migliori prove del gruppo. Dalle nuove canzoni scritte dal leader non affiora per nulla la sensazione di mestiere, la band è in stato di grazia e dimostra davvero di vivere una seconda giovinezza. Stiamo assistendo a un risveglio di quella che fu la scena Paisley Underground: quest’anno i Long Ryders sono tornati nelle vetrine con un gran bel disco e la compilation “3x4” , dove le Bangles, gli stessi DS, i Three o’Clock e i Rain Parade si coverizzano a vicenda, ha stuzzicato l’appetito dei fan. A questa nuova primavera mancherebbero all’appello solamente Opal, True West e ben pochi altri gruppi. Si attendono sviluppi.

Tornando a questo disco, si percepisce nettamente che si è di fronte a un lavoro di altissima qualità: oltre alle note caratteristiche per cui i Dream Syndicate sono apprezzati, si assiste all’innesto di nuove e nient’affatto aliene sonorità: è grazie a queste che il peculiare suono chitarristico della band viene traghettato verso inediti e più moderni scenari. Di immutato rimane la Classe, con la C maiuscola. 

I tre singoli che hanno preceduto l’uscita dell’album sono piazzati in apertura e sono una vera e propria dchiarazione d’intenti: The Way In è il biglietto d’ingresso, classica canzone dei DS, bello spolvero di chitarre e melodie e in un attimo siamo tra le highway e i neon di Los Angeles. Attaccata all’ultima nota entra Put Some Miles On: ipnotica e notturna, con una ritmica metronomica alla Kraftwerk, parti vocali impersonali e distaccate alla Lou Reed, con una chitarra (Jason Victor) che la taglia in diagonale per tutta la sua durata, la canzone ricorda certe pagine di Stan Ridgway e dei suoi Wall of Voodoo ed è fantastica. Segue Black Light, uno dei pezzi più belli che siano usciti dalla penna del leader nonché uno dei brani più intriganti che si ascolteranno quest’anno, trionfo fatto di NEU!, Philip K. Dick, Raymond Chandler e Velvet Underground attualizza il modo di Steve Wynn & Co di intendere la psichedelia.

Le stesse atmosfere, su un ritmo più lento ma ugualmente coinvolgente, le ritroveremo in Treading Water Underneath The Stars che allenta la tensione e chiude magnificamente il disco. Nel mezzo c’è spazio per grandi squarci fatti di genuino rock’n’roll (Speedway, Recovery Mode) e di fumoso funky urbano (The Whole World Is Watching) costruito sulla falsariga di How Did I Find Myself Here?, il lungo brano che dava il titolo all’album precedente. Senza dimenticare Still Here Now con le tastiere di mai troppo lodato Chris Cacavas e la bellissima Bullet Holes, esercizio atemporale di bella calligrafia in chiave sixties.

Solido, ispirato, sincero, appagante, coraggioso: nel pieno della maturità anagrafica i Dream Syndicate offrono il loro album più moderno e personale. Praticamente il loro Yankee Hotel Foxtrot, vi sembra poco?

Voto: 8,5/10
Roberto Remondino

Inizio pagina