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29 maggio 2019 ,

Melissa Etheridge

The Medicine Show

2019 - Concord Records
[Uscita: 12/04/2019]

U.S.A.

 

SM_Etheridge_CoverDotata di una voce sufficientemente roca da guadagnarle l’interesse delle major, Melissa Etheridge ha sempre goduto dei favori del pubblico, ottenendo  anche la soddisfazione di un singolo nella top ten e un paio di ottimi piazzamenti nella Hot 100 di Billboard all’epoca dell’album “Yes I Am”, che dal 1993 ha raggiunto la ragguardevole cifra di oltre sei milioni di copie vendute, fino all’abbandono da parte della Island e una serie di album meno convincenti per etichette differenti, fino a quella che pareva una rinascita artistica rappresentata dall’ottimo (lo consigliamo senza remore) “Memphis Rock And Soul” (2016), registrato nella città del Tennessee, dedicato in massima parte alla riproposizione di successi dell’epopea southern soul e pubblicato niente meno che dalla Stax, glorioso marchio che riemerge periodicamente dalle paludi limacciose del Sud per fregiare opere sempre interessanti. Inizialmente indicata (al pari di Carolyne Mas) come una versione femminile (e femminista) di Bruce Springsteen, la 58enne di Leavenworth, Kansas, ha mantenuto nel tempo quello stile “stradaiolo” yankee che appare immutabile, tradizionalmente ancorato alla trinità “chitarroni-batteria rocciosa-epica” che necessita di vette d’ispirazione per non scadere nel trito. E di coerenza, diamine! Quella che, a tratti, pare essere assente dai solchi del nuovo “The Medicine Show”, lavoro che alterna brani rock a ballatone, secondo il tipico cliché del genere, con cadute di tono pressoché incomprensibili: come spiegare, altrimenti, l’imbarazzante This Human Chain, caratterizzata da un arrangiamento in stile “philly sound” ? Inaugurato dall’anonimo bluesone duro e corale che lo intitola, l’album prosegue su standard consueti che permettono di apprezzare un paio di pregevoli ballate (Wild And Lonely, Suede), a dimostrazione del fatto che Melissa è capace di percorrere agevolmente sentieri già frequentati, mentre in altre occasioni mostra la corda (Shaking, la springsteeniana Woman Like You, l’altrettanto debitrice Faded By Design) o parte benissimo, purtroppo rovinando i finali con arrangiamenti pomposi e troppo enfatici (I Know You, Here Comes The Pain, la conclusiva Last Hello), quasi si trattasse di un aggiornamento della lezione impartita da Bryan Adams (e non è che ne sentissimo tutto ‘sto bisogno, giusto?). Spiace dover constatare come questo lavoro non aggiunga nulla di più che un paio di brani piacevoli. Rimandata a settembre, signora Etheridge: si applichi e torni più convinta.

Massimo Perolini

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